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Testo e foto di Petro "Pepi" Vataman e Marco Zappa
 


ELBRUS 2006: storia di un traguardo alpinistico e di domande del cuore

La scorsa settimana un'auto non rispettando lo stop ha travolto il nostro amico Franco mentre in moto stava recandosi all'appuntamento di ritrovo per salire lo spigolo Nord del Badile. Ora dopo due interventi d'urgenza e solamente a causa della momentanea completa occupazione dei posti disponibili presso l'unità del Paradiso diretta da San Pietro, è ricoverato in rianimazione in condizioni disperate. Ho fatto il possibile per stargli accanto attraverso le mie conoscenze mediche ma la notizia ha davvero trasformato queste nostre ultime ore. Franco ha arrampicato molte volte con me e Pepi , legato alla medesima corda e condividendo le stesse sensazioni e avventure. In questo momento lo rivedo durante una serata al NEI in palestra d'arrampicata mentre si produce in "un giro" sui pannelli di altissima difficoltà e tutto sudato, al termine di esso, mi abbraccio festoso al mio ritorno dall'Aconcagua. Lo rivedo mentre aspetta la cordata Vataman-Zappa sulla vetta del Badile, salito con Angelo dalla parte italiana appositamente per darci il benvenuto in vetta e per accompagnarci in discesa. Una persona solare con la quale è piacevole stare in compagnia, uno che insieme alla passione per la montagna coltiva quella per il lavoro e per la propria famiglia. Ora ci interroghiamo su quale futuro (e se ci sarà un futuro) potrebbe aspettarlo e sappiamo che adesso abbiamo un motivo ulteriore e importante per salire l'Elbrus, quello di poterlo dedicare ad un caro amico. Cosi' anche stavolta è venuto finalmente il momento di sperimentare "sul campo" se la nostra preparazione e i giorni dedicati all'allenamento saranno stati proficui. Ognuno di noi, come sempre, ha deciso in modo autonomo. Penso agli oltre 4.000 km in bici macinati da Antonio , alle gare a cui ha partecipato e che lo hanno visto sempre in prima fila con risultati fantastici; penso ai metri verticali consumati da Pepi in parete che, se ancora fosse possibile, lo hanno visto migliorare il suo grado massimo e penso ancora una volta ai miei 2500 km in bici che mi hanno regalato mille emozioni e vecchi ricordi e agli oltre 1000 km di corsa nel parco grazie al tempo rubato ai mille impegni. Pensandoci adesso scopro che una delle cose belle di questo periodo di duro allenamento è stata la vicinanza fisica di Antonello col quale avevo condiviso tutta la mia adolescenza e gioventu' ma che i casi della vita avevano portato lontano. Grazie alla bicicletta invece ci siamo ritrovati specie la domenica mattina e ci siamo lasciati andare molto frequentemente ai dolci ricordi di tanti anni fa quando, entrambi con molti piu' capelli, eravamo ogni giorno alla ricerca del grande amore. La nostra spedizione all'Elbrus partirà dal monte Rosa. Insieme, su mia indicazione clinica e medica, abbiamo infatti deciso un programma molto particolare che dovrebbe consentirci un ottimo acclimatamento al fine di giungere al campo base caucasico già acclimatati. Cosi' giungiamo a Gressoney la Trinitè alle 10, facciamo colazione e saliti dapprima su una funivia e poi su una seggiovia ci dirigiamo in un clima discretamente rigido verso il luogo dove dormiremo, cioè il rifugio Q. Sella (m. 3.585); decidiamo di salire lenti al fine di migliorare l'ossigenazione e di ridurre le problematiche legate all'alta quota. Vi giungiamo alle 15,10 e il rifugio è occupato per intero da comitive di alpinisti che nella giornata di domani tenteranno l'ascesa al Castore e tra essi riconosciamo come sempre alcune facce note (la comunità degli alpinisti di alta quota è davvero ristretta e spesso capita di incontrare amici anche ai campi base di mezzo mondo) con le quali ci mettiamo a discutere delle solite cose di montagna e dei progetti nostri e loro. Il tempo ci gratifica di un tramonto straordinario con visione sul Lyskamm e sul Castore e l'atmosfera tra noi è tranquilla e serena. La notte non determinerà problematiche particolari sui nostri fisici.

Partiamo con calma alle 7 del mattino e vediamo le numerose cordate attaccare la cresta verso la sommità del Castore. Penso a quanti di loro oggi vivranno la prima indimenticabile esperienza in vetta ad un 4.000 e ripenso alla mia prima volta! Tanto lontana nel tempo quanto invariata è la sensazione provata che per fortuna si ripete ancora immutata ad ogni vetta conquistata. Il nostro programma prevede per la giornata odierna di raggiungere la punta Gnifetti (m. 4.559) e la tranquillità della Capanna Margherita dove vogliamo pernottare per le prossime 2 notti. è un programma ambizioso perchè da dove siamo dobbiamo attraversare il ghiacciaio del Lys , superare il naso del Lyskamm e salire dal colle del Lys fino alla punta Gnifetti. Fortunatamente il cielo è terso e il paesaggio meraviglioso anche se i molti crepacci ed i seracchi attorno a noi ci richiamano in ogni istante alla dovuta e necessaria attenzione. Tuttavia il percorso è davvero lungo e gli ultimi 300 metri richiedono, soprattutto per me, uno sforzo particolare. La quota unita alla fatica del lungo cammino si fa sentire e debbo chiedere ai miei due compagni di rallentare la velocità di ascesa perchè la cefalea e la nausea stanno facendo capolino. Giunti al rifugio e dopo un breve riposo decido che l'atteggiamento giusto è quello ormai consolidato dall'esperienza consolidata in anni di alta quota . Mi fiondo in branda e schiaccio un pisolino . Ancora una volta si rivela la miglior terapia e al risveglio sono pronto per la cena. La notte sarà caratterizzata dai rumori provenienti dal bagno dove gli altri ospiti si dirigono correndo per i conati di vomito determinati dalla quota.

Sveglia tranquilla alle 6,30 del mattino. Colazione abbondante e spirito alto rinfrancato dalle buone condizioni fisiche abbastanza sorprendenti dopo la prima notte in quota. Attorni a noi solamente facce stravolte dalla notte passata insonne .
Decidiamo di puntare alla Zumstein (m. 4.563), ma dentro di noi pensiamo che una volta in vetta potremmo anche tentare di giungere alla cima Dufour (m. 4.633) . La Zumstein è vicina al rifugio e ci consentirà di salire un poco ma anche di risparmiare energie che diventeranno preziose in Russia.Il tempo pero' è notevolmente peggiorato, il cielo è coperto e solamente grazie alle raffiche di vento continue ci è consentita saltuariamente la visione della vetta programmata. La cresta di salita normalmente agevole è resa pericolosa e complessa dalle condizioni meteo, ma in breve tempo raggiungiamo il nostro obiettivo. La ripresa video della vetta racconta di un ambiente straordinario con raffiche di vento ma anche squarci di sereno con una luce particolare e molto suggestiva.
Il tempo non ci consentirà la salita alla Doufour ma siamo egualmente soddisfatti delle nostre condizioni fisiche e dell'obiettivo raggiunto. Ritorniamo al rifugio in tempo per ripetere le manovre di recupero di un corpo caduto in un crepaccio e riposiamo in branda.. Durante la cena si ripete la consuetudine dei nuovi arrivati che si alzano velocemente e corrono in bagno ad espletare problematiche gastriche.
Prima di coricarmi rifletto sulla attuale spedizione. Mi piace prendermi dei momenti tutti miei per riflettere su cosa stia succedendo ai componenti della spedizione, alle loro attese, alle speranze, ai dubbi, ai rimpianti. Guardando Pepi mi accorgo che l'approccio mentale a questa nuova avventura è totalmente diverso rispetto a quella africana. Sono avvenuti cambiamenti importanti nella sua vita e soprattutto nel suo cuore e sebbene lo conosca profondamente (o pensi di conoscerlo) mi sembra che abbia destinato gran parte delle proprie energie psico fisiche al momento che sta attraversando. Ci sarà spazio, mi chiedo, per le montagne lontane gli sforzi fisici che ci stanno aspettando?
Tony invece è iperconcentrato e superallenato. è fortissimo e credo stia vivendo un momento di forma fisica eccezionale che dimostra anche qui sul Rosa; penso pero' che si stia anche ponendo molte domande sulla quota e su come saprà reagire ad essa. Lui ha un fisico asciutto e magro che risente maggiormente della rarefazione dell'aria e troppi giorni in alta quota potrebbero potarlo sotto i 50 Kg con conseguenze facilmente immaginabili.
Da parte mia questa spedizione appartiene ad un momento particolare della vita; mi accorgo che sta passando il tempo, che lo sto combattendo con energia e con ottimi risultati ma che alla fine ne sarà inevitabilmente sconfitto. Mi sto chiedendo quante montagne e quanti sogni dovro' lasciarmi alle spalle molto presto, mi sto domandando per quanto ancora mi sarà concessa la forza fisica attuale. Nonostante le numerose attività quotidiane, nonostante il mio splendido lavoro che amo immensamente, nonostante i meravigliosi affetti da cui sono circondato non mi nascondo di essere un poco spaventato all'idea di non essere piu' cio' che sono, ma soprattutto che la candela del tempo di cui non conosco la grandezza è già molto consumata.

Ore 5: Il tempo è ulteriormente peggiorato ma dobbiamo assolutamente essere a casa entro sera perchè domani notte parte il nostro aereo per la Russia. Nessuno vuole pero' uscire dal rifugio sia per il vento, sia per la temperatura rigida sotto zero di parecchi gradi ma soprattutto a causa dell'assoluta mancanza di visibilità che rende il cammino sul ghiacciaio estremamente pericoloso.In tali condizioni non è possibile individuare la giusta strada con il pericolo continuo dei numerosi crepacci del ghiacciaio del Lys.
Ci avviamo speranzosi uscendo da primi dal rifugio ma dopo circa 150 metri dobbiamo ricrederci sulle possibilità di avanzare ulteriormente. Troppo rischio! Inoltre ci hanno seguito numerose cordate speranzose che la nostra esperienza potesse risolvere il problema. Stavolta non abbiamo portato il GPS già chiuso nei bagagli per la Russia ma ancora una volta la nostra buona stella ci agevola. Una guida svizzera scende veloce dal rifugio armata di GPS e procede spedita seguendone le indicazioni. Procediamo cosi' velocemente tra un crepaccio e l'altro sulla strada esatta ma, al bivio per Zermatt, restiamo nuovamente soli (o meglio, seguiti dalle numerose cordate che vogliono usufruire della nostra traccia). Ci affidiamo alla bussola e alla carta , alle riconosciute capacità di navigazione di Tony e con fortuna e bravura ci ritroviamo sani e salvi al colle del Lys dove finalmente la visibilità migliora. è con sollievo ma anche con una certa dose di paura che pensiamo a cosa abbiamo fatto nella completa oscurità (per dare un esempio abbiamo camminato nella nebbia piu' fitta con visibilità massima a m.1,50 in un paesaggio assolutamente bianco con crepacci a destra e sinistra profondi anche 200 metri!) . Alle 12,30 riusciamo a prendere al volo l'ultima telecabina dei Salati ed in breve siamo al parcheggio di Gressoney.

Con le gambe sotto un tavolo ci sentiamo subito meglio e ci congratuliamo tra noi per come abbiamo condotto la prima parte della nostra spedizione. Abbiamo voluto fortemente restare in quota 4 giorni qui in Italia, in uno dei paesaggi montani piu' belli di tutta Europa , sapendo che la fatica, la cefalea e la nausea di questi giorni saranno ripagati a breve. Ci interroghiamo sàu cosa ci attende da domani, sull'avventura che ci apprestiamo a vivere, sulle sensazioni e le emozioni che ci aspettano dietro l'angolo. E non vediamo l'ora di vedere l'Elbrus!

Siamo partiti da Malpensa ieri sera a mezzanotte e dopo 2 aerei e 4 ore di pullman siamo giunti qui a Azau (m.2.180), in questa specie di ostello che i russi chiamano pomposamente Hotel.
Stiamo disponendo le nostre cose al fine di poter salire domani mattina nel modo piu' confortevole possibile. Prenderemo una funivia che ci porterà a 3.600 metri circa. Purtroppo a me e Tony la visione della stessa provoca scompensi di vario genere. è un mezzo di risalita che è stato concepito intorno alla prima o al massimo seconda guerra punica con cavi arrugginiti e un aspetto per niente rassicurante. Per contro Pepi ne è entusiasta e rimarrà storica la sua frase " bellissima, sembra una di quelle della Romania!" a cui è seguita l'immancabile risposta di Tony "avesse detto Chamonix!".
La cena è gradita solamente dall'uomo dell'Est che anche in essa ritrova le proprie radici mentre per me e Tony si tratta di una brodaglia lunga e insapore.

Alle 9, molto titubanti , ci siamo avviati verso la famosa funivia. Ogni nostra previsione è risultata purtroppo esatta: sinistri scricchiolii, corda di tiraggio non tesa, porte socchiuse,nessun personale etc. Tra pause di silenzio e battutacce stemperatensione ci siamo ritrovati a circa 150 metri dal campo base. (Barrel camp m.3.720)
Trascinare i 40 kg di materiale cadauno verso il campo è da considerarsi come la prima impresa in terra russa!
Come sempre l'arrivo di un nuovo gruppo al campo base richiama tutti gli alpinisti presenti che cercano l'esatto valore dei nuovi arrivati attraverso lo studio attento dei gesti, dei volti, del modo di camminare e di atteggiarsi. è sempre un momento simpatico, nel quale ci si conosce e ci si osserva, si capisce su chi si potrebbe contare in caso di difficoltà in montagna e su chi invece sarà meglio tenere lontano. Molto spesso la prima impressione che si ottiene è quella esatta!
Facciamo cosi' la conoscenza di un gruppo di 12 alpinisti irlandesi presenti al CB da circa 14 giorni, di 2 inglesi anch'essi fermi da 10 e di alcuni canadesi che dopo 7 giorni al CB hanno deciso di posizionare domani le loro tende a 4.300 metri per una migliore acclimatazione. La sera a cena, insieme a tutti i componenti del Base veniamo a conoscenza che il gruppo irlandese ed inglese tenterà la notte stessa l'attacco alla vetta considerate le condizioni meteo favorevoli riferite da Internet. Un semplice sguardo tra noi, un breve conciliabolo e prendiamo la nostra decisione. Saremo anche noi della partita! Siamo ben acclimatati grazie al periodo svolto sul Rosa, ci sentiamo perfettamente e abbiamo ben smaltito la fatica del viaggio ma soprattutto capiamo che la finestra di bel tempo che ci attende è la nostra occasione e potrebbe anche rilevarsi l'unica a nostra disposizione. Su questa montagna, infatti, la variabile maggiore è rappresentata dalle condizioni meteorologiche mutevoli e spesso terribili. A fine Maggio 12 alpinisti, tra cui un italiano, hanno trovato la morte per assideramento dopo aver raggiunto la vetta Ovest e in tutto il 2006 ben 45 alpinisti hanno pagato il tributo maggiore a questo gigante di neve e ghiaccio e tra essi sono compresi anche i 4 che sono morti nella giornata di ieri per sfinimento a 50 metri dalla vetta!

Ore 24. come sempre non dormo e osservo il cielo stellato da un piccolo vano del locale dove sono piazzato col mio sacco. Le stelle, stanotte, sono migliaia e nessuna nuvola oscura l'orizzonte; i miei pensieri scorrono lontano ai volti di chi amo, agli amici che pur non condividendo e non capendo bene le mie scelte sono accanto a me , ai miei pazienti che aspettano quel chirurgo un po' speciale, al mio papà che starà a cavalcioni della stella piu' brillante ad osservare fiero "el so' bagaj". Mi accorgo che questo momento è quello che amo di piu'. Racchiude in sè l'eccitazione del momento, l'ansia di cio' che mi attende, la sete d'avventura, la capacità di guardare il proprio cuore come raramente accade, il desiderio di provare il proprio limite, la paura di non riuscire a dimostrare a se stessi di aver dato il massimo, il timore della rinuncia, la gioia per cio' che potrà essere.
In queste condizioni non riesco mai a dormire e la sveglia che suona alle 2 ci vede già tutti in piedi e mentalmente pronti.
Alle 3 saliamo tutti su 2 gatti delle nevi che ci porteranno a 4100 metri al fine di evitare pericolosi crepacci non visibili al buio. Abbiamo accettato questa opzione sebbene non la condividessimo appieno. Partire da 4.100 metri ci darà pero' piu' possibilità di tentare entrambe le cime nello stesso giorno, idea questa che le guide russe considerano come follia specialmente se abbinata all'utilizzo degli sci.
Ieri sera ne abbiamo discusso con loro e ci hanno detto che a loro memoria solamente una cordata negli ultimi due anni ha effettuato la salita della cima ovest e della est (in quest'ordine) nella medesima giornata, ma senza sci. Ritengono assai pericolosa soprattutto la discesa della Est esposta al sole e quindi con una neve che si presenterà in tratti ghiacciata e in tratti marcia. Io e Tony non ci preoccupiamo tanto di questa ultima informazione considerate le nostre qualità sciistiche e i canali dolomitici scesi in invernale ben piu' difficili tecnicamente anche se a una quota piu' bassa. Ci chiediamo se saremo in grado di attuare la nostra abituale tecnica dopo due salite cosi' impegnative e con il poco ossigeno dei 5.622 metri della Est. Pepi invece appare molto preoccupato della discesa; ripensa alla propria esperienza sciistica di gran lunga inferiore alla nostra e vorrebbe in cuor suo che ci fossero tratti di roccia dove dimostrare la sua indiscussa bravura e superiorità.
Arrivati a 4.100 metri calziamo gli sci ma subito mi accorgo di aver perso un rampan (un rampone speciale per gli sci). Come riusciro' a salire con un solo rampan?.
Mi aspettano 1500 metri di dislivello tutti sopra i 4.000 e so bene cosa significhi. Dopo 150 metri mi accorgo che con il mio peso rende pressochè disperata l'impresa di salire in queste condizioni. Tony decide che con la sua migliore tecnica di salita con gli sci e la possibilità di sfruttare il minor peso potrebbe invece riuscire. L'aurora e l'alba ci colgono all'altezza di m.4.800 e come sempre e forse piu' di sempre il momento mostra tutta la sua magia fatta di colori fantastici nel silenzio che rapisce il cuore, ma non c'è tempo per osservare questo magnifico quadro del grande architetto.
Il freddo pungente che entra nelle ossa ci richiama all'ordine e alla necessità di giungere alla forcella dove forse troveremo i primi raggi di quel sole cosi' atteso.
Giungiamo alla forcella alle 7,30 quando ancora non appare illuminata dalla luce del giorno che invece contornia la cima ovest già da 2 ore. Qui facciamo una sosta e ci consultiamo. Decidiamo di lasciare due nostri zaini cosi' da portarne uno solo contenente tutto il necessario per un eventuale e imprevisto cambiamento del tempo.
Lo porteremo in salita equamente diviso tra noi in quest' ordine: dapprima Pepi , poi me ne faro' carico negli ultimi 300 metri e in discesa sarà invece sulle spalle di Tony.
Davanti a noi appare un tratto davvero impegnativo e duro (circa 35-40°) che mette a dura prova la nostra resistenza fisica; osservo con ansia il componente di una cordata vicina che si accascia contro la piccozza rantolando. Conosco bene i sintomi del MAM (mal di montagna) e gli consiglio di scendere immediatamente (lo ritroveremo alla forcella ) sebbene conosca altrettanto bene la tristezza che ti invade quando devi abbandonare un sogno fatto di allenamenti e di sacrifici.
Il tratto di pendenza non accenna a diminuire e anche la nostra velocità d'ascesa ne risente ma finalmente lassu' sembra spianare un poco. Vedremo finalmente la vetta? Spunto sopra il crinale e l'altimetro segna m.5.400 . In questo punto siamo costretti a lasciare i nostri sci causa la presenza di rocce esposte; attorno a noi vediamo molte cime ma non scorgiamo la vetta vera , quella che sulla punta ha un piccolo monumento di metallo. Un lungo crinale sbuca sulla sinistra mentre io e Pepi iniziamo a contare i passi come è tecnica abituale quando si è al limite. Finalmente pero' dietro l'ultima cresta scorgiamo il traguardo avvolto dal sole che ci raggiunge riscaldandoci un poco.
è il momento in cui nulla e nessuno puo' portarti via la vetta e come ben raccontato dal poeta ne "sabato del villaggio" sa sempre essere un momento magico
Alle 10 siamo in vetta e possiamo abbracciarci e manifestare la nostra felicità. Dobbiamo condividerla con altre 5 persone partite da quota 4.800 nella notte e che ci hanno preceduto; questa coabitazione pero' mi rende difficoltoso assaporare il momento splendido che sto vivendo sia per la mancanza di silenzio che per l'eccessiva euforia del gruppo vicino. Vorrei tanto avere un momento per me e sentirmi accarezzato dal soffio di quel vento che vado cercando e che mi parla di chi non c'è piu'. Mi isolo da chi mi sta attorno e mi godo un istante che non tornerà , un momento unico che resterà impresso indelebile in me ma al momento stesso capisco che non è questa la vetta che stavo cercando. Essa è solamente un grande traguardo alpinistico raggiunto non un'emozione del cuore.
Facciamo le classiche foto di vetta ma continua quella mia strana sensazione, come di chi non ha concluso un impegno preso con se stesso. Mi rendo conto di non essere nemmeno a metà del programma e che la parte piu' difficile mi attende ancora. Mi rendo conto che forse quella vetta gemella che appare di fronte a noi, ad Est potrebbe davvero rappresentare cio' che cerco. Tuttavia ora le gambe non reagiscono e come capita spesso il raggiungimento dell'obiettivo taglia completamente le forze.
Dobbiamo andare, dobbiamo raschiare il barile per trovare nuova energia , quella immagazzinata in tento tempo di allenamento. Cosi' alle 11 scendiamo e una volta recuperati i nostri sci l'arrivo alla forcella è veloce. Mangiamo qualcosa e riempiamo nuovamente tutti gli zaini. Il silenzio in cui tutto questo avviene è insolito. Mi domando quanta birra abbiamo ancora, mi volto a guardare in alto e so che mi attende ancora una prova fisica e psichica al limite. Sono davvero stanco e se dovessi ascoltare le mie gambe mi riterrei soddisfatto del raggiungimento dell'obiettivo primario che ci eravamo proposti. Ma dentro c'è sempre quella insoddisfazione e quella mancata emozione che sono venuto a cercare. Il cielo è blu e il tempo tiene perfettamente e io non me ne andro' senza aver dato tutto. Mentre ascolto i mieipensieri, Pepi ci comunica la sua volontà di non salire la vetta Est ; è stanco, soddisfatto di aver raggiunto il proprio obiettivo e quindi anche scarico psicologicamente ma soprattutto teme la difficile discesa con gli sci della Est nelle condizioni fisiche in cui giungerebbe in vetta. Io e Tony ascoltiamo increduli le argomentazioni del nostro amico e come ci eravamo ripromessi non interveniamo nelle decisioni altrui. Ci sembra pero' strano che il nostro uomo dell'Est , quello che con affetto chiamiamo "la bestia" possa rinunciare laddove noi tentiamo. Sebbene la quota non ci permetta una completa lucidità mentale (molti dicono che nemmeno a livello dle mare la possediamo) capiamo pero' come il nostro amico sia stato saggio ed abbia preso in quel momento la giusta decisione. Gli siamo anche grati per regalarci la possibilità del tentativo; se infatti fosse partito con noi decidendo a metà di rinunciare avrebbe fatto perdere la possibilità della vetta anche a noi due.
Gli lasciamo una radio e lo osserviamo mentre divora un panino alla forcella e con gli occhi lucidi segue la nostra partenza. Scenderà dalla forcella fino al campo base con gli sci completando la discesa sci alpinistica della vetta Ovest dell'Elbrus.
Io e Tony alle 13 ci avviamo verso la Est di soli 20 metri piu' bassa della cima principale. La via di salita segue una traccia di circa 50°, davvero molto impegnativa fisicamente e che non ci permette di salire sci ai piedi. Essi saranno cosi' un ulteriore carico per i nostri zaini che abbiamo voluto contenessero tutto il materiale per un bivacco d'emergenza. La notizia delle morti avvenute negli ultimi giorni per una variazione metereologica o per sfinimento ci ha reso estremamente prudenti. Pur non perdendoci di vista scegliamo due vie di salita differenti e dopo circa 45 minuti Tony si avvantaggia e resto solo. Ben presto la sua figura scompare alla mia vista ma vedro' sempre lassu' in lato sopra di me la punta dei suoi sci sporgere dallo zaino; da un lato mi rassicurano indicandomi la via esatta , dall'altro mi angosciano mostrandomi la strada ancora da percorrere. Guardo alle mie spalle la cresta Ovest salita in mattinata per analizzare la mia posizione esatta e l'altimetro mi indica m.5.400. è un momento davvero molto difficile perchè le gambe sembrano non voler rispondere ai miei comandi e il fiato è sempre piu' corto. Ho un momento di sconforto nel quale mi dico che mai piu' rifaro' una fatica del genere, che non voglio mai piu' soffrire fisicamente come in questo istante (tale promessa compare sempre in ogni spedizione , in un momento particolare, e come molte promesse della vita viene mantenuta solamente per pochi minuti). Ricorro alla mia tecnica abituale in tali momenti. 30 passi e a seguire 1 minuto per rifiatare appoggiato alla picozza sulla verticale di salita. La fatica è incredibile ma è anche il momento piu' bello di tutta la spedizione. Sono ormai certo che in qualsiasi modo , anche a gattoni, arrivero' anche su questa vetta (altimetro m.5.520); Ora non vedo nemmeno la punta degli sci di Antonio e davanti a me ho 40 metri verticali oltre cui non vedo piu' nulla. è straordinario come senta dentro a me il calore dei miei amici a casa, di tutti coloro che mi vogliono bene e che mi stanno sospingendo in avanti. Sento davvero di appartenere a questa montagna e di essere parte di essa. Superati gli ultimi 40 metri giungo ad una cresta in parte innevata ed in parte rocciosa ma poco inclinata, con un piccolo pendio, praticamente orizzontale. In fondo ad essa a circa 100 metri c'è un piccolo monumento di vetta ma soprattutto c'è Tony che mi incita e si sbraccia felice. Sorrido emozionato . Il silenzio è rotto solamente dal vento che mi investe sulla cresta e capisco che è esattamente quello che desideravo. Sento lo spirito del mio papà che mi sta abbracciando e che mi stava aspettando. Sarà la fatica, l'alta quota, la gioia dell'ultimo passo ma quando abbraccio Tony in vetta e mi accascio al suolo sto piangendo lacrime di gioia.
Questa è davvero la vetta che cercavo; questa è l'emozione che andavo cercando , che volevo , che desideravo con tutto il cuore, che mi sono meritato! Siamo solo noi in vetta e questo meraviglioso silenzio mi rinfranca l'anima.
Forse ho ancora davanti a me del tempo per i miei sogni futuri o forse finchè avro' sogni dentro di me avro' sempre tempo!
Sono le 14,50 e anche il tempo di salita che mi era sembrato lunghissimo risulta ottimo!
Vorrei godermi questo momento e mi viene anche il folle desiderio di tirare fuori il sacco da bivacco e dormire qui questa notte. Godrei della presenza del mio papà , delle stelle, della solitudine, della gioia dell'impresa. So che solo l'averlo pensato è frutto della stanchezza e della quota perchè restare qui questa notte anche con tutto il materiale che mi sono portato significherebbe un rischio troppo grande.
Alle 15,30 decidiamo di scendere dopo aver filmato e fermato per sempre questo istante.
Dove andare? La via che ci eravamo prefissati e che avevamo studiato sia da casa che dal base, la stessa via che ci avevano consigliato le guide russe appare poco agevole soprattutto causa la mancanza della quantità sufficiente di neve. Ma fatti pochi passi ecco che ci appare un canale tra le rocce che riconosciamo essere la via esatta di discesa. Sui nostri volti appare un sorriso un po' tirato e ci consola sapere che Pepi non è qui con noi.Il canale pende moltissimo, circondato da rocce e con neve marcia! Se cadiamo ci ritrovano direttamente a Mosca! Semplice, dice Tony, basta non cadere!
Diamo fondo a tutta la nostra abilità sciistica anche se nei primi tratti occorre fermarsi qualche minuto ad ogni frenata (fatta saltando) per via dell'aria rarefatta che non permette un tale sforzo fisico prolungato. Terminato il canale riconosciamo un piccolo pertugio tra le rocce nel quale ci infiliamo pregando gli dei della montagna che possa essere la via giusta per ricollegarsi alla base della montagna. Gli dei ci ascoltano e ben presto la pendenza diminuisce e anche il fiato ritorna migliore e possiamo dar sfoggio delle nostre capacità sciistiche. Siamo a quota 4.700 e sentiamo persone urlare sulla nostra destra circa in direzione della Ovest. Non capiamo esattamente chi possa essere ma subito ci accorgiamo che alcuni degli irlandesi partiti con noi (senza sci) sta discendendo la vetta Ovest raggiunta nel pomeriggio e saluta con entusiasmo la nostra performance. Alle 18 siamo al campo base . Mi aspetto di trovare Pepi che ci accoglie ma Morfeo lo ha avvolto tra le sue braccia. Abbandoniamo tutto il materiale e ci produciamo in uno di quegli abbracci che non puoi scordare mai!

Ps: la sera successiva gli irlandesi,gli inglesi,i canadesi e le guide russe hanno voluto festeggiare i 3 pazzi italiani. Non ho mai visto tanta vodka e tanta birra in vita mia, ma quella sera tra canti popolari di ogni popolo, abbracci, fotografie, pacche sulle spalle mi sono sentito davvero gratificato e sereno e ho sorriso al pensiero del tempo che passa perchè in quel luogo tutti loro erano piu' giovani di me che avevo salito entrambe le vette dell'Elbrus nella stessa giornata con gli sci ai piedi!

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