ELBRUS 2006: storia
di un traguardo alpinistico e di domande del cuore
La scorsa settimana un'auto non rispettando lo stop ha travolto il nostro
amico Franco mentre in moto stava recandosi all'appuntamento di ritrovo
per salire lo spigolo Nord del Badile. Ora dopo due interventi d'urgenza
e solamente a causa della momentanea completa occupazione dei posti disponibili
presso l'unità del Paradiso diretta da San Pietro, è ricoverato
in rianimazione in condizioni disperate. Ho fatto il possibile per stargli
accanto attraverso le mie conoscenze mediche ma la notizia ha davvero
trasformato queste nostre ultime ore. Franco ha arrampicato molte volte
con me e Pepi , legato alla medesima corda e condividendo le stesse sensazioni
e avventure. In questo momento lo rivedo durante una serata al NEI in
palestra d'arrampicata mentre si produce in "un giro" sui pannelli di
altissima difficoltà e tutto sudato, al termine di esso, mi abbraccio
festoso al mio ritorno dall'Aconcagua. Lo rivedo mentre aspetta la cordata
Vataman-Zappa sulla vetta del Badile, salito con Angelo dalla parte italiana
appositamente per darci il benvenuto in vetta e per accompagnarci in discesa.
Una persona solare con la quale è piacevole stare in compagnia,
uno che insieme alla passione per la montagna coltiva quella per il lavoro
e per la propria famiglia. Ora ci interroghiamo su quale futuro (e se
ci sarà un futuro) potrebbe aspettarlo e sappiamo che adesso abbiamo
un motivo ulteriore e importante per salire l'Elbrus, quello di poterlo
dedicare ad un caro amico. Cosi' anche stavolta è venuto finalmente
il momento di sperimentare "sul campo" se la nostra preparazione e i giorni
dedicati all'allenamento saranno stati proficui. Ognuno di noi, come sempre,
ha deciso in modo autonomo. Penso agli oltre 4.000 km in bici macinati
da Antonio , alle gare a cui ha partecipato e che lo hanno visto sempre
in prima fila con risultati fantastici; penso ai metri verticali consumati
da Pepi in parete che, se ancora fosse possibile, lo hanno visto migliorare
il suo grado massimo e penso ancora una volta ai miei 2500 km in bici
che mi hanno regalato mille emozioni e vecchi ricordi e agli oltre 1000
km di corsa nel parco grazie al tempo rubato ai mille impegni. Pensandoci
adesso scopro che una delle cose belle di questo periodo di duro allenamento
è stata la vicinanza fisica di Antonello col quale avevo condiviso
tutta la mia adolescenza e gioventu' ma che i casi della vita avevano
portato lontano. Grazie alla bicicletta invece ci siamo ritrovati specie
la domenica mattina e ci siamo lasciati andare molto frequentemente ai
dolci ricordi di tanti anni fa quando, entrambi con molti piu' capelli,
eravamo ogni giorno alla ricerca del grande amore. La nostra spedizione
all'Elbrus partirà dal monte Rosa. Insieme, su mia indicazione
clinica e medica, abbiamo infatti deciso un programma molto particolare
che dovrebbe consentirci un ottimo acclimatamento al fine di giungere
al campo base caucasico già acclimatati. Cosi' giungiamo a Gressoney
la Trinitè alle 10, facciamo colazione e saliti dapprima su una
funivia e poi su una seggiovia ci dirigiamo in un clima discretamente
rigido verso il luogo dove dormiremo, cioè il rifugio Q. Sella
(m. 3.585); decidiamo di salire lenti al fine di migliorare l'ossigenazione
e di ridurre le problematiche legate all'alta quota. Vi giungiamo alle
15,10 e il rifugio è occupato per intero da comitive di alpinisti
che nella giornata di domani tenteranno l'ascesa al Castore e tra essi
riconosciamo come sempre alcune facce note (la comunità degli alpinisti
di alta quota è davvero ristretta e spesso capita di incontrare
amici anche ai campi base di mezzo mondo) con le quali ci mettiamo a discutere
delle solite cose di montagna e dei progetti nostri e loro. Il tempo ci
gratifica di un tramonto straordinario con visione sul Lyskamm e sul Castore
e l'atmosfera tra noi è tranquilla e serena. La notte non determinerà
problematiche particolari sui nostri fisici.
Partiamo con calma alle 7 del mattino e vediamo le numerose cordate attaccare
la cresta verso la sommità del Castore. Penso a quanti di loro
oggi vivranno la prima indimenticabile esperienza in vetta ad un 4.000
e ripenso alla mia prima volta! Tanto lontana nel tempo quanto invariata
è la sensazione provata che per fortuna si ripete ancora immutata
ad ogni vetta conquistata. Il nostro programma prevede per la giornata
odierna di raggiungere la punta Gnifetti (m. 4.559) e la tranquillità
della Capanna Margherita dove vogliamo pernottare per le prossime 2 notti.
è un programma ambizioso perchè da dove siamo dobbiamo attraversare
il ghiacciaio del Lys , superare il naso del Lyskamm e salire dal colle
del Lys fino alla punta Gnifetti. Fortunatamente il cielo è terso
e il paesaggio meraviglioso anche se i molti crepacci ed i seracchi attorno
a noi ci richiamano in ogni istante alla dovuta e necessaria attenzione.
Tuttavia il percorso è davvero lungo e gli ultimi 300 metri richiedono,
soprattutto per me, uno sforzo particolare. La quota unita alla fatica
del lungo cammino si fa sentire e debbo chiedere ai miei due compagni
di rallentare la velocità di ascesa perchè la cefalea e
la nausea stanno facendo capolino. Giunti al rifugio e dopo un breve riposo
decido che l'atteggiamento giusto è quello ormai consolidato dall'esperienza
consolidata in anni di alta quota . Mi fiondo in branda e schiaccio un
pisolino . Ancora una volta si rivela la miglior terapia e al risveglio
sono pronto per la cena. La notte sarà caratterizzata dai rumori
provenienti dal bagno dove gli altri ospiti si dirigono correndo per i
conati di vomito determinati dalla quota.
Sveglia tranquilla alle 6,30 del mattino. Colazione abbondante e spirito
alto rinfrancato dalle buone condizioni fisiche abbastanza sorprendenti
dopo la prima notte in quota. Attorni a noi solamente facce stravolte
dalla notte passata insonne .
Decidiamo di puntare alla Zumstein (m. 4.563), ma dentro di noi pensiamo
che una volta in vetta potremmo anche tentare di giungere alla cima Dufour
(m. 4.633) . La Zumstein è vicina al rifugio e ci consentirà
di salire un poco ma anche di risparmiare energie che diventeranno preziose
in Russia.Il tempo pero' è notevolmente peggiorato, il cielo è
coperto e solamente grazie alle raffiche di vento continue ci è
consentita saltuariamente la visione della vetta programmata. La cresta
di salita normalmente agevole è resa pericolosa e complessa dalle
condizioni meteo, ma in breve tempo raggiungiamo il nostro obiettivo.
La ripresa video della vetta racconta di un ambiente straordinario con
raffiche di vento ma anche squarci di sereno con una luce particolare
e molto suggestiva.
Il tempo non ci consentirà la salita alla Doufour ma siamo egualmente
soddisfatti delle nostre condizioni fisiche e dell'obiettivo raggiunto.
Ritorniamo al rifugio in tempo per ripetere le manovre di recupero di
un corpo caduto in un crepaccio e riposiamo in branda.. Durante la cena
si ripete la consuetudine dei nuovi arrivati che si alzano velocemente
e corrono in bagno ad espletare problematiche gastriche.
Prima di coricarmi rifletto sulla attuale spedizione. Mi piace prendermi
dei momenti tutti miei per riflettere su cosa stia succedendo ai componenti
della spedizione, alle loro attese, alle speranze, ai dubbi, ai rimpianti.
Guardando Pepi mi accorgo che l'approccio mentale a questa nuova avventura
è totalmente diverso rispetto a quella africana. Sono avvenuti
cambiamenti importanti nella sua vita e soprattutto nel suo cuore e sebbene
lo conosca profondamente (o pensi di conoscerlo) mi sembra che abbia destinato
gran parte delle proprie energie psico fisiche al momento che sta attraversando.
Ci sarà spazio, mi chiedo, per le montagne lontane gli sforzi fisici
che ci stanno aspettando?
Tony invece è iperconcentrato e superallenato. è fortissimo
e credo stia vivendo un momento di forma fisica eccezionale che dimostra
anche qui sul Rosa; penso pero' che si stia anche ponendo molte domande
sulla quota e su come saprà reagire ad essa. Lui ha un fisico asciutto
e magro che risente maggiormente della rarefazione dell'aria e troppi
giorni in alta quota potrebbero potarlo sotto i 50 Kg con conseguenze
facilmente immaginabili.
Da parte mia questa spedizione appartiene ad un momento particolare della
vita; mi accorgo che sta passando il tempo, che lo sto combattendo con
energia e con ottimi risultati ma che alla fine ne sarà inevitabilmente
sconfitto. Mi sto chiedendo quante montagne e quanti sogni dovro' lasciarmi
alle spalle molto presto, mi sto domandando per quanto ancora mi sarà
concessa la forza fisica attuale. Nonostante le numerose attività
quotidiane, nonostante il mio splendido lavoro che amo immensamente, nonostante
i meravigliosi affetti da cui sono circondato non mi nascondo di essere
un poco spaventato all'idea di non essere piu' cio' che sono, ma soprattutto
che la candela del tempo di cui non conosco la grandezza è già
molto consumata.
Ore
5: Il tempo è ulteriormente peggiorato ma dobbiamo assolutamente
essere a casa entro sera perchè domani notte parte il nostro aereo
per la Russia. Nessuno vuole pero' uscire dal rifugio sia per il vento,
sia per la temperatura rigida sotto zero di parecchi gradi ma soprattutto
a causa dell'assoluta mancanza di visibilità che rende il cammino
sul ghiacciaio estremamente pericoloso.In tali condizioni non è possibile
individuare la giusta strada con il pericolo continuo dei numerosi crepacci
del ghiacciaio del Lys.
Ci avviamo speranzosi uscendo da primi dal rifugio ma dopo circa 150 metri
dobbiamo ricrederci sulle possibilità di avanzare ulteriormente.
Troppo rischio! Inoltre ci hanno seguito numerose cordate speranzose che
la nostra esperienza potesse risolvere il problema. Stavolta non abbiamo
portato il GPS già chiuso nei bagagli per la Russia ma ancora una
volta la nostra buona stella ci agevola. Una guida svizzera scende veloce
dal rifugio armata di GPS e procede spedita seguendone le indicazioni. Procediamo
cosi' velocemente tra un crepaccio e l'altro sulla strada esatta ma, al
bivio per Zermatt, restiamo nuovamente soli (o meglio, seguiti dalle numerose
cordate che vogliono usufruire della nostra traccia). Ci affidiamo alla
bussola e alla carta , alle riconosciute capacità di navigazione
di Tony e con fortuna e bravura ci ritroviamo sani e salvi al colle del
Lys dove finalmente la visibilità migliora. è con sollievo
ma anche con una certa dose di paura che pensiamo a cosa abbiamo fatto nella
completa oscurità (per dare un esempio abbiamo camminato nella nebbia
piu' fitta con visibilità massima a m.1,50 in un paesaggio assolutamente
bianco con crepacci a destra e sinistra profondi anche 200 metri!) . Alle
12,30 riusciamo a prendere al volo l'ultima telecabina dei Salati ed in
breve siamo al parcheggio di Gressoney. Con le gambe sotto un tavolo
ci sentiamo subito meglio e ci congratuliamo tra noi per come abbiamo
condotto la prima parte della nostra spedizione. Abbiamo voluto fortemente
restare in quota 4 giorni qui in Italia, in uno dei paesaggi montani piu'
belli di tutta Europa , sapendo che la fatica, la cefalea e la nausea
di questi giorni saranno ripagati a breve. Ci interroghiamo sàu
cosa ci attende da domani, sull'avventura che ci apprestiamo a vivere,
sulle sensazioni e le emozioni che ci aspettano dietro l'angolo. E non
vediamo l'ora di vedere l'Elbrus!
Siamo partiti da Malpensa ieri sera a mezzanotte e dopo 2 aerei e 4 ore
di pullman siamo giunti qui a Azau (m.2.180), in questa specie di ostello
che i russi chiamano pomposamente Hotel.
Stiamo disponendo le nostre cose al fine di poter salire domani mattina
nel modo piu' confortevole possibile. Prenderemo una funivia che ci porterà
a 3.600 metri circa. Purtroppo a me e Tony la visione della stessa provoca
scompensi di vario genere. è un mezzo di risalita che è
stato concepito intorno alla prima o al massimo seconda guerra punica
con cavi arrugginiti e un aspetto per niente rassicurante. Per contro
Pepi ne è entusiasta e rimarrà storica la sua frase " bellissima,
sembra una di quelle della Romania!" a cui è seguita l'immancabile
risposta di Tony "avesse detto Chamonix!".
La cena è gradita solamente dall'uomo dell'Est che anche in essa
ritrova le proprie radici mentre per me e Tony si tratta di una brodaglia
lunga e insapore.
Alle 9, molto titubanti , ci siamo avviati verso la famosa funivia. Ogni
nostra previsione è risultata purtroppo esatta: sinistri scricchiolii,
corda di tiraggio non tesa, porte socchiuse,nessun personale etc. Tra
pause di silenzio e battutacce stemperatensione ci siamo ritrovati a circa
150 metri dal campo base. (Barrel camp m.3.720)
Trascinare i 40 kg di materiale cadauno verso il campo è da considerarsi
come la prima impresa in terra russa!
Come sempre l'arrivo di un nuovo gruppo al campo base richiama tutti gli
alpinisti presenti che cercano l'esatto valore dei nuovi arrivati attraverso
lo studio attento dei gesti, dei volti, del modo di camminare e di atteggiarsi.
è sempre un momento simpatico, nel quale ci si conosce e ci si
osserva, si capisce su chi si potrebbe contare in caso di difficoltà
in montagna e su chi invece sarà meglio tenere lontano. Molto spesso
la prima impressione che si ottiene è quella esatta!
Facciamo cosi' la conoscenza di un gruppo di 12 alpinisti irlandesi presenti
al CB da circa 14 giorni, di 2 inglesi anch'essi fermi da 10 e di alcuni
canadesi che dopo 7 giorni al CB hanno deciso di posizionare domani le
loro tende a 4.300 metri per una migliore acclimatazione. La sera a cena,
insieme a tutti i componenti del Base veniamo a conoscenza che il gruppo
irlandese ed inglese tenterà la notte stessa l'attacco alla vetta
considerate le condizioni meteo favorevoli riferite da Internet. Un semplice
sguardo tra noi, un breve conciliabolo e prendiamo la nostra decisione.
Saremo anche noi della partita! Siamo ben acclimatati grazie al periodo
svolto sul Rosa, ci sentiamo perfettamente e abbiamo ben smaltito la fatica
del viaggio ma soprattutto capiamo che la finestra di bel tempo che ci
attende è la nostra occasione e potrebbe anche rilevarsi l'unica
a nostra disposizione. Su questa montagna, infatti, la variabile maggiore
è rappresentata dalle condizioni meteorologiche mutevoli e spesso
terribili. A fine Maggio 12 alpinisti, tra cui un italiano, hanno trovato
la morte per assideramento dopo aver raggiunto la vetta Ovest e in tutto
il 2006 ben 45 alpinisti hanno pagato il tributo maggiore a questo gigante
di neve e ghiaccio e tra essi sono compresi anche i 4 che sono morti nella
giornata di ieri per sfinimento a 50 metri dalla vetta!
Ore 24. come sempre non dormo e osservo il cielo stellato da un piccolo
vano del locale dove sono piazzato col mio sacco. Le stelle, stanotte,
sono migliaia e nessuna nuvola oscura l'orizzonte; i miei pensieri scorrono
lontano ai volti di chi amo, agli amici che pur non condividendo e non
capendo bene le mie scelte sono accanto a me , ai miei pazienti che aspettano
quel chirurgo un po' speciale, al mio papà che starà a cavalcioni
della stella piu' brillante ad osservare fiero "el so' bagaj". Mi accorgo
che questo momento è quello che amo di piu'. Racchiude in sè
l'eccitazione del momento, l'ansia di cio' che mi attende, la sete d'avventura,
la capacità di guardare il proprio cuore come raramente accade,
il desiderio di provare il proprio limite, la paura di non riuscire a
dimostrare a se stessi di aver dato il massimo, il timore della rinuncia,
la gioia per cio' che potrà essere.
In queste condizioni non riesco mai a dormire e la sveglia che suona alle
2 ci vede già tutti in piedi e mentalmente pronti.
Alle 3 saliamo tutti su 2 gatti delle nevi che ci porteranno a 4100 metri
al fine di evitare pericolosi crepacci non visibili al buio. Abbiamo accettato
questa opzione sebbene non la condividessimo appieno. Partire da 4.100
metri ci darà pero' piu' possibilità di tentare entrambe
le cime nello stesso giorno, idea questa che le guide russe considerano
come follia specialmente se abbinata all'utilizzo degli sci.
Ieri sera ne abbiamo discusso con loro e ci hanno detto che a loro memoria
solamente una cordata negli ultimi due anni ha effettuato la salita della
cima ovest e della est (in quest'ordine) nella medesima giornata, ma senza
sci. Ritengono assai pericolosa soprattutto la discesa della Est esposta
al sole e quindi con una neve che si presenterà in tratti ghiacciata
e in tratti marcia. Io e Tony non ci preoccupiamo tanto di questa ultima
informazione considerate le nostre qualità sciistiche e i canali
dolomitici scesi in invernale ben piu' difficili tecnicamente anche se
a una quota piu' bassa. Ci chiediamo se saremo in grado di attuare la
nostra abituale tecnica dopo due salite cosi' impegnative e con il poco
ossigeno dei 5.622 metri della Est. Pepi invece appare molto preoccupato
della discesa; ripensa alla propria esperienza sciistica di gran lunga
inferiore alla nostra e vorrebbe in cuor suo che ci fossero tratti di
roccia dove dimostrare la sua indiscussa bravura e superiorità.
Arrivati a 4.100 metri calziamo gli sci ma subito mi accorgo di aver perso
un rampan (un rampone speciale per gli sci). Come riusciro' a salire con
un solo rampan?.
Mi aspettano 1500 metri di dislivello tutti sopra i 4.000 e so bene cosa
significhi. Dopo 150 metri mi accorgo che con il mio peso rende pressochè
disperata l'impresa di salire in queste condizioni. Tony decide che con
la sua migliore tecnica di salita con gli sci e la possibilità
di sfruttare il minor peso potrebbe invece riuscire. L'aurora e l'alba
ci colgono all'altezza di m.4.800 e come sempre e forse piu' di sempre
il momento mostra tutta la sua magia fatta di colori fantastici nel silenzio
che rapisce il cuore, ma non c'è tempo per osservare questo magnifico
quadro del grande architetto.
Il freddo pungente che entra nelle ossa ci richiama all'ordine e alla
necessità di giungere alla forcella dove forse troveremo i primi
raggi di quel sole cosi' atteso.
Giungiamo alla forcella alle 7,30 quando ancora non appare illuminata
dalla luce del giorno che invece contornia la cima ovest già da
2 ore. Qui facciamo una sosta e ci consultiamo. Decidiamo di lasciare
due nostri zaini cosi' da portarne uno solo contenente tutto il necessario
per un eventuale e imprevisto cambiamento del tempo.
Lo porteremo in salita equamente diviso tra noi in quest' ordine: dapprima
Pepi , poi me ne faro' carico negli ultimi 300 metri e in discesa sarà
invece sulle spalle di Tony.
Davanti a noi appare un tratto davvero impegnativo e duro (circa 35-40°)
che mette a dura prova la nostra resistenza fisica; osservo con ansia
il componente di una cordata vicina che si accascia contro la piccozza
rantolando. Conosco bene i sintomi del MAM (mal di montagna) e gli consiglio
di scendere immediatamente (lo ritroveremo alla forcella ) sebbene conosca
altrettanto bene la tristezza che ti invade quando devi abbandonare un
sogno fatto di allenamenti e di sacrifici.
Il tratto di pendenza non accenna a diminuire e anche la nostra velocità
d'ascesa ne risente ma finalmente lassu' sembra spianare un poco. Vedremo
finalmente la vetta? Spunto sopra il crinale e l'altimetro segna m.5.400
. In questo punto siamo costretti a lasciare i nostri sci causa la presenza
di rocce esposte; attorno a noi vediamo molte cime ma non scorgiamo la
vetta vera , quella che sulla punta ha un piccolo monumento di metallo.
Un lungo crinale sbuca sulla sinistra mentre io e Pepi iniziamo a contare
i passi come è tecnica abituale quando si è al limite. Finalmente
pero' dietro l'ultima cresta scorgiamo il traguardo avvolto dal sole che
ci raggiunge riscaldandoci un poco.
è il momento in cui nulla e nessuno puo' portarti via la vetta
e come ben raccontato dal poeta ne "sabato del villaggio" sa sempre essere
un momento magico
Alle 10 siamo in vetta e possiamo abbracciarci e manifestare la nostra
felicità. Dobbiamo condividerla con altre 5 persone partite da
quota 4.800 nella notte e che ci hanno preceduto; questa coabitazione
pero' mi rende difficoltoso assaporare il momento splendido che sto vivendo
sia per la mancanza di silenzio che per l'eccessiva euforia del gruppo
vicino. Vorrei tanto avere un momento per me e sentirmi accarezzato dal
soffio di quel vento che vado cercando e che mi parla di chi non c'è
piu'. Mi isolo da chi mi sta attorno e mi godo un istante che non tornerà
, un momento unico che resterà impresso indelebile in me ma al
momento stesso capisco che non è questa la vetta che stavo cercando.
Essa è solamente un grande traguardo alpinistico raggiunto non
un'emozione del cuore.
Facciamo le classiche foto di vetta ma continua quella mia strana sensazione,
come di chi non ha concluso un impegno preso con se stesso. Mi rendo conto
di non essere nemmeno a metà del programma e che la parte piu'
difficile mi attende ancora. Mi rendo conto che forse quella vetta gemella
che appare di fronte a noi, ad Est potrebbe davvero rappresentare cio'
che cerco. Tuttavia ora le gambe non reagiscono e come capita spesso il
raggiungimento dell'obiettivo taglia completamente le forze.
Dobbiamo andare, dobbiamo raschiare il barile per trovare nuova energia
, quella immagazzinata in tento tempo di allenamento. Cosi' alle 11 scendiamo
e una volta recuperati i nostri sci l'arrivo alla forcella è veloce.
Mangiamo qualcosa e riempiamo nuovamente tutti gli zaini. Il silenzio
in cui tutto questo avviene è insolito. Mi domando quanta birra
abbiamo ancora, mi volto a guardare in alto e so che mi attende ancora
una prova fisica e psichica al limite. Sono davvero stanco e se dovessi
ascoltare le mie gambe mi riterrei soddisfatto del raggiungimento dell'obiettivo
primario che ci eravamo proposti. Ma dentro c'è sempre quella insoddisfazione
e quella mancata emozione che sono venuto a cercare. Il cielo è
blu e il tempo tiene perfettamente e io non me ne andro' senza aver dato
tutto. Mentre ascolto i mieipensieri, Pepi ci comunica la sua volontà
di non salire la vetta Est ; è stanco, soddisfatto di aver raggiunto
il proprio obiettivo e quindi anche scarico psicologicamente ma soprattutto
teme la difficile discesa con gli sci della Est nelle condizioni fisiche
in cui giungerebbe in vetta. Io e Tony ascoltiamo increduli le argomentazioni
del nostro amico e come ci eravamo ripromessi non interveniamo nelle decisioni
altrui. Ci sembra pero' strano che il nostro uomo dell'Est , quello che
con affetto chiamiamo "la bestia" possa rinunciare laddove noi tentiamo.
Sebbene la quota non ci permetta una completa lucidità mentale
(molti dicono che nemmeno a livello dle mare la possediamo) capiamo pero'
come il nostro amico sia stato saggio ed abbia preso in quel momento la
giusta decisione. Gli siamo anche grati per regalarci la possibilità
del tentativo; se infatti fosse partito con noi decidendo a metà
di rinunciare avrebbe fatto perdere la possibilità della vetta
anche a noi due.
Gli lasciamo una radio e lo osserviamo mentre divora un panino alla forcella
e con gli occhi lucidi segue la nostra partenza. Scenderà dalla
forcella fino al campo base con gli sci completando la discesa sci alpinistica
della vetta Ovest dell'Elbrus.
Io e Tony alle 13 ci avviamo verso la Est di soli 20 metri piu' bassa
della cima principale. La via di salita segue una traccia di circa 50°,
davvero molto impegnativa fisicamente e che non ci permette di salire
sci ai piedi. Essi saranno cosi' un ulteriore carico per i nostri zaini
che abbiamo voluto contenessero tutto il materiale per un bivacco d'emergenza.
La notizia delle morti avvenute negli ultimi giorni per una variazione
metereologica o per sfinimento ci ha reso estremamente prudenti. Pur non
perdendoci di vista scegliamo due vie di salita differenti e dopo circa
45 minuti Tony si avvantaggia e resto solo. Ben presto la sua figura scompare
alla mia vista ma vedro' sempre lassu' in lato sopra di me la punta dei
suoi sci sporgere dallo zaino; da un lato mi rassicurano indicandomi la
via esatta , dall'altro mi angosciano mostrandomi la strada ancora da
percorrere. Guardo alle mie spalle la cresta Ovest salita in mattinata
per analizzare la mia posizione esatta e l'altimetro mi indica m.5.400.
è un momento davvero molto difficile perchè le gambe sembrano
non voler rispondere ai miei comandi e il fiato è sempre piu' corto.
Ho un momento di sconforto nel quale mi dico che mai piu' rifaro' una
fatica del genere, che non voglio mai piu' soffrire fisicamente come in
questo istante (tale promessa compare sempre in ogni spedizione , in un
momento particolare, e come molte promesse della vita viene mantenuta
solamente per pochi minuti). Ricorro alla mia tecnica abituale in tali
momenti. 30 passi e a seguire 1 minuto per rifiatare appoggiato alla picozza
sulla verticale di salita. La fatica è incredibile ma è
anche il momento piu' bello di tutta la spedizione. Sono ormai certo che
in qualsiasi modo , anche a gattoni, arrivero' anche su questa vetta (altimetro
m.5.520); Ora non vedo nemmeno la punta degli sci di Antonio e davanti
a me ho 40 metri verticali oltre cui non vedo piu' nulla. è straordinario
come senta dentro a me il calore dei miei amici a casa, di tutti coloro
che mi vogliono bene e che mi stanno sospingendo in avanti. Sento davvero
di appartenere a questa montagna e di essere parte di essa. Superati gli
ultimi 40 metri giungo ad una cresta in parte innevata ed in parte rocciosa
ma poco inclinata, con un piccolo pendio, praticamente orizzontale. In
fondo ad essa a circa 100 metri c'è un piccolo monumento di vetta
ma soprattutto c'è Tony che mi incita e si sbraccia felice. Sorrido
emozionato . Il silenzio è rotto solamente dal vento che mi investe
sulla cresta e capisco che è esattamente quello che desideravo.
Sento lo spirito del mio papà che mi sta abbracciando e che mi
stava aspettando. Sarà la fatica, l'alta quota, la gioia dell'ultimo
passo ma quando abbraccio Tony in vetta e mi accascio al suolo sto piangendo
lacrime di gioia.
Questa è davvero la vetta che cercavo; questa è l'emozione
che andavo cercando , che volevo , che desideravo con tutto il cuore,
che mi sono meritato! Siamo solo noi in vetta e questo meraviglioso silenzio
mi rinfranca l'anima.
Forse ho ancora davanti a me del tempo per i miei sogni futuri o forse
finchè avro' sogni dentro di me avro' sempre tempo!
Sono le 14,50 e anche il tempo di salita che mi era sembrato lunghissimo
risulta ottimo!
Vorrei godermi questo momento e mi viene anche il folle desiderio di tirare
fuori il sacco da bivacco e dormire qui questa notte. Godrei della presenza
del mio papà , delle stelle, della solitudine, della gioia dell'impresa.
So che solo l'averlo pensato è frutto della stanchezza e della
quota perchè restare qui questa notte anche con tutto il materiale
che mi sono portato significherebbe un rischio troppo grande.
Alle 15,30 decidiamo di scendere dopo aver filmato e fermato per sempre
questo istante.
Dove andare? La via che ci eravamo prefissati e che avevamo studiato sia
da casa che dal base, la stessa via che ci avevano consigliato le guide
russe appare poco agevole soprattutto causa la mancanza della quantità
sufficiente di neve. Ma fatti pochi passi ecco che ci appare un canale
tra le rocce che riconosciamo essere la via esatta di discesa. Sui nostri
volti appare un sorriso un po' tirato e ci consola sapere che Pepi non
è qui con noi.Il canale pende moltissimo, circondato da rocce e
con neve marcia! Se cadiamo ci ritrovano direttamente a Mosca! Semplice,
dice Tony, basta non cadere!
Diamo fondo a tutta la nostra abilità sciistica anche se nei primi
tratti occorre fermarsi qualche minuto ad ogni frenata (fatta saltando)
per via dell'aria rarefatta che non permette un tale sforzo fisico prolungato.
Terminato il canale riconosciamo un piccolo pertugio tra le rocce nel
quale ci infiliamo pregando gli dei della montagna che possa essere la
via giusta per ricollegarsi alla base della montagna. Gli dei ci ascoltano
e ben presto la pendenza diminuisce e anche il fiato ritorna migliore
e possiamo dar sfoggio delle nostre capacità sciistiche. Siamo
a quota 4.700 e sentiamo persone urlare sulla nostra destra circa in direzione
della Ovest. Non capiamo esattamente chi possa essere ma subito ci accorgiamo
che alcuni degli irlandesi partiti con noi (senza sci) sta discendendo
la vetta Ovest raggiunta nel pomeriggio e saluta con entusiasmo la nostra
performance. Alle 18 siamo al campo base . Mi aspetto di trovare Pepi
che ci accoglie ma Morfeo lo ha avvolto tra le sue braccia. Abbandoniamo
tutto il materiale e ci produciamo in uno di quegli abbracci che non puoi
scordare mai!
Ps: la sera successiva gli irlandesi,gli inglesi,i canadesi e le guide
russe hanno voluto festeggiare i 3 pazzi italiani. Non ho mai visto tanta
vodka e tanta birra in vita mia, ma quella sera tra canti popolari di
ogni popolo, abbracci, fotografie, pacche sulle spalle mi sono sentito
davvero gratificato e sereno e ho sorriso al pensiero del tempo che passa
perchè in quel luogo tutti loro erano piu' giovani di me che avevo
salito entrambe le vette dell'Elbrus nella stessa giornata con gli sci
ai piedi!