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Scriviamo da un piccolo locale protetti dalle guardie private
di difesa assoldate dell'Hotel dove siamo alloggiati. Qui infatti come
a Nairobi nel giorno di arrivo ci hanno immediatamente sconsigliato di
passeggiare per le vie della citta' perche' estremamente pericolose per
l'uomo bianco. Tale atmosfera , poco prevista, condiziona fortemente la
permanenza qui che rimane limitate al recinto dell'Hotel e all'abitazione
dell'amico Giovanni a Nairobi. Vedremo se l'ultimo giorno grazie alle
conoscenza di Giovanni potremo finalmente osservare da vicino la capitale
del Kenya. Tuttavia dobbiamo ammettere che oggi probabilmente non saremmo
riusciti a fare molta attivita' turistica per via della fatica accumulata
nei giorni scorsi ed in particolare nella giornata di ieri. Ma ora desideriamo
fortemente condividere i momenti trascorsi nell'ultima settimana. Ieri
sera io e Pepi abbiamo cenato a casa mia insieme ad Antonio e ci risuona
nella mente la sua frase finale di saluto: "presi singolarmente ....ancora
,ancora, ma e'l'accoppiata che mi fa paura!" Partenza da Monza alle ore
4 per il volo KLM delle ore 6,35 da Malpensa. Al check in primo contrattempo;
il nostro bagaglio risulta superiore di 40 Kg al peso consentito dalla
compagnia aerea. A nulla valgono le lettere di accompagnamento dell'Universita'
di Milano che delinea lo scopo di ricerca scientifica sugli effetti della
quota e la lettera del C.A.I. patrocinatore della spedizione; i solerti
funzionari non sentono alcuna ragione e ci fanno pagare un sovrapprezzo
pari al valore di un biglietto. In compenso ci danno la ricevuta! Ci sembra
chiaro che la ragione sta tutta dalla loro parte ma nelle mie precedenti
spedizioni non mi era mai accaduto un tale fiscalismo e pignoleria, che
imputo poco flessibile. Questo contrattempo se da un lato ha il potere
di amareggiarci ancora prima di partire rende meno problematici i saluti
a chi ci vuole bene, perche' tra mille discussioni il tempo e' ormai fuggito.
Il volo Amsterdam-Nairobi ci conduce alla capitale Kenyana alle ore 20
dove ad attenderci troviamo l'amico Giovanni con il suo pick up. Giovanni
e' il responsabile di un'organizzazione medica per alcuni stati africani
e ci offre ospitalita' presso il suo appartamento cittadino. Lui stesso
ci racconta della delinquenza imperante a Nairobi e il dato e' subito
confermato dalla presenza delle guardie al cancello del residence dove
abita. E' estremamente tranquillizzante poter lasciare i nostri bidoni
e parte della nostra attrezzatura tecnica in un posto sicuro. Giovanni
ci porta alla stazione del pulmino che ci portera' a Moshi (Tanzania)
punto di partenza per il Kilimangiaro, prima vetta della nostra spedizione.
Saliamo grazie all'aiuto del fondamentale Giovanni su un pulmino da 20
posti (comprendeno 4 persone al centro!) senza aria condizionata. Il conducente
ci fa fare il giro di Nairobi e ci conduce allo scalo tecnico dove scedniamo
per salire su un secondo pulmino completamente pieno di gente e vuoto
di aria condizionata. Le nostre due sacche da spedizione battezzate da
noi CIP e CIOP reggono benissimo gli spostamenti ma rendono difficile
la vita a chi deve caricarli sul tetto del mezzo. Il viaggio passa tra
paesaggi diversi ma ugulamente affascinanti; spazi sconfinati privi o
quasi di vegetazione dove gli unici esseri viventi sono mucche, capre
, alcune gazzelle (o saranno antilopi?) e di tanto in tanto un pastore
masai vestito come su Discovery Channel con il suo bastone e le sue 4
pecore (quando sono tante) . L'unica sua attivita' e' quella di contare
le macchine che passano. Dove sara' la sua casa? Cosa mangiera'? Cosa
pensera' ? Mi viene in mente e lo dico subito a Pepi un gioco che si faceva
da ragazzi; vinceva chi vedeva piu' macchine con la targa pari ......ma
il pastore con chi si confronta? E poi in tutta la giornata quante macchine
vede? Alla frontiera della Tanzania sucecde di tutto: troviamo molte donne
vestite con i costumi tradizionali masai che assalgono tutti i turisti
con monili e oggetti vari. Sono incredibilmente invadenti e capiamo da
dove hanno imparato i nostri vu cumpra' che al confornto sono dei veri
e propri dilettanti. Alcune si avvicinano a me ma subito si appiccicano
a Pepi mettendogli addosso di tutto e di piu'. In questo momento sono
davvero felice che il fascino romeno abbia la meglio! Pepi dice che la
mia pelata, gli occhiali da sole e lo sguardo avrebbero allontanato chiunque.
A mio avviso dice cosi' per non abbattere ulteriormente il mio orgoglio
ferito di maschio brianzolo. Alle 15,30 ora locale (le 14,30 italiane)
arriviamo a Moshi nell'ufficio dell'agenzia con la quale abbiamo prenotato
i portatori e la guida. Infatti, per legge, non e' possibile entrare nel
parco del Kilimangiaro senza un'organizzazione locale. La nostra scelta
ha cercato un'organizzazione che ci avrebbe permesso una certa autonomia
nella futura via di salita. Dopo i saluti, il direttore con un sorriso
a 50 denti ci presenta un piano dettagliato per la nostra spedizione ed
il conto conseguente da saldare immediatamente. Peccato che il programma
comprendesse molte piu' voci di quelle da noi richieste ........ma deve
ancora nascere un africano che freghi sui dane' un brianzolo! Faccio presente
a Pepi le mie osservazioni e mi trasferisco fuori dal locale per evitare
qualsiasi possibile mia arrabbiature. Il mio amico romeno, brianzolo d'adozione,
coglie subito il problema e coordinato dal suo carattere diplomatico mi
chiede di non intervenire in alcun modo. Riesce cosi' a farsi detrarre
la quota di 200 dollari che avevo calcolato. Finalmente siamo all'Hotel
posizionato in un'area tranquilla, anch'esso con guardie private . E'
pulito , con aria condizionata e con un ottimo ristorante dove facciamo
una fermata ben sapendo che per alcuni giorni ricorderemo con nostalgia
questi momenti. L'appuntamento e' per le 9 presso il nostro Hotel. Ci
svegliamo alle 7,30 per valutare bene il tutto. Dal diario di Pepi: "
Marco e' andato a farsi una doccia e dopo pochi istanti lo vedo correre
mezzo nudo e bagnato fradicio alla ricerca di non so bene cosa. Lo guardo
e mi dico.....cominiciamo bene!" E cominciamo bene davvero perche' la
nostra guida arriva con un ritardo di 45 minuti. Ma forse siamo noi che
non siamo ancora entrati nella mentalita' di questo popolo e non abbiamo
ancora capito bene il vero significato di quella frase suaili : " rafiki,
pole pole!" che in parole italiane significa " amico, piano, piano!".
Sul pulmino da 7 posti trovano spazio oltre a noi due anche i 5 portatori,
la guida, l'assistente guida e tutti i nostri bagagli....e dimenticavo
il guidatore. Ma non e' finita , perche' strada facendo ci fermiamo a
fare la "spesa" mancante. Osserviamo Emanuel (il nome della nostra guida)
che, con aria di chi la sa lunga, si dirige dal macellaio. Il negozio
consiste in un quadrato di legno di 4 metri per 4 aperto sul davanti con
la carne penzolante dagli uncini e circondata da un mare di insetti; una
volta fatta l'ordinazione un ragazzino di fianco al negozio taglia la
carne brandendo il macete. Mi guardo con Pepi che sta pensando al mia
stessa cosa: quella sara' la nostra cena per i prossimi 5 giorni. In questo
momento mi ricordo di tutte le preoccupazioni sanitarie che mi sono fatto
prima di questa avventura e di tutte le precauzioni che ci siamo presi
e capisco che l'adattamento al modo di vivere di un popolo e' la prima
reale forma di partecipazione alla loro cultura. E' il primo insegnamento
della nostra spedizione. Il pulmino si ferma all'ingresso del parco. Una
moltitudine di gente di ogni razza con i propri portatori e guide si sta
avviando lungo la Machame Route. Entrambi facciamo una riflessione che
ci accompagnera' per tutto il tempo: troppa di questa gente non conosce
la cultura della montagna e crede di poterla facilmente conquistare senza
amarla e rispettarla. Ci avviamo lungo i 16 Km della prima tappa incantati
dalla flora locale. Dal diario di Pepi: " il passo e'molto lento ma il
tempo non ci manca e dopo le innumerevoli salite che ho fatto quasi sempre
correndo finalmente riesco a godermi in tutto il suo splendore questa
magnifica foresta equatoriale. Alberi stranissimi attorcigliati su se
stessi rendono il paesaggio misterioso e direi quasi inquietante ma di
una bellezza difficilmente descrivibile" . L'unico neo e' rappresentato
da Safi', l'assistente guida. Risponde sempre " yes" a qualsiasi domanda
gli si faccia ma soprattutto ha l'ordine categorico di non abbandonarci
nemmeno per un istante e questo significa che esegue gli ordine ad litteram.
Se dobbiamo fermarci per un bisogno fisiologico lui si ferma dietro di
noi e ci osserva! Io e Pepi non possiamo farcela e ci fermiamo singolarmente
e contemporaneamente ogni minuto con ogni scusa. Per i primi 5 minuti
Safi' riesce, non so come, ad osservarci aturno ma ben presto deve abbandonare
gli ordini di Emanuel. Per tutta la durata della spedizione ogniqualvolta
tentera' di segurci come un'ombra io e Pepi attueremo la stessa tattica
diabolica. " E' l'accoppiata che fa paura!" Arriviamo al primo campo il
Machame Hut a quota 3.000 mt. Situato al termine della foresta equatoriale
nel mezzo di piccoli alberi di circa 4 metri. Pepi e' in ottima forma
ed inizia una frenetica attivita' di colloqui con gli altri gruppi e di
posizionamneto delle bandiere italiana e romena che caratterizzeranno
tutti i nostri campi.Da parte mia invece sento un' iniziale cefalea che
imputo pero' alla stanchezza degli ultimi giorni piuttosto che alla quota.Dal
diario di Pepi : " Marco guarda la nostra tenda poco convinto e dopo alcuni
giri di ispezione si accorge che e' montata nel modo sbagliato. Cominciano
i lavori di ripristino e dopo pochi minuti la forma tramuta come in una
metamorfosi e finalmente si capisce dove sta l'entrata cioe' quel buco
dove buttiamo dentro gli zaini, cosicche' il nostro spazio vitale e' ridotto
ai minini termini". Sveglia teorica alle 7. Dal diario di Pepi: " i nostri
amici avrebbero dovuto svegliarci alle 7 ma alle 5,55 hanno accesso con
volume al massimo la loro radio su un programma di musica africana per
la gioia di Marco che sfoggia il suo repertorio di benedizioni brianzole!".
Fatta colazione ci inerpichiamo immediatamente su un sentiero la cui mancanza
di vegetazione esprime la quota dove stiamo andando, cioe' i 3.800 mt
di Shira Hut, un vasto pianoro battuto dal vento con vista mozzafiato
sul Kilimangiaro. Siamo circa alla quota della vetta del Pizzo Palu'.
Durante la cena come in ogni precedente spedizione mi salta la solita
otturazione. Per fortuna mi sono portato il materiale apposito e fortunatamente
il mio amico romeno che ha nel proprio bagaglio di esperienze lavorative
anche quella di aver lavorato in un ambulatorio odontotecnico risolve
brillantemente il problema. Questa tappa che per noi si e' rilevata breve
ma impegnativa per molti si tramuta in un Golgota. Un esempio per tutti:
lasciando l'altroieri l'Hotel un gruppo di olandesi ci ha salutato con
affetto augurandoci buona fortuna che abbiamo contraccambiato sapendo
che avrebbero tentato la salita un giorno dopo di noi. Con nostra meraviglia
al nostro ritorno all'Hotel li abbiamo ritrovati. Erano stati evacuati
dal Shira Hut in elicottero per sintomi acuti di mal di montagna! 10-09-2005
Sveglia teorica alle 7, radio africana alle 5,55. La mattina scopriamo
di essere completamente al di sopra di tutte le nubi che sovrastano la
pianura sottostante e la meraviglia di cio' che vediamo ci riempie di
emozione. La tappa odierna ci condurra' ad un passo di 4.600 mt. (quota
di capanna Margherita sul Rosa) da dove scenderemo fino al campo di Barranco
Hut a quota 4.000 mt (l'altezza del Bernina). Dal diario di Pepi: "dopo
aver superato diversi gruppi non per la nostra velocita' ma per la loro
lentezza riusciamo a trovare un ritmo di circa 400 mt all'ora che ci trova
in perfetta sintonia. Emanuel vorrebbe fermarsi ogni tanto ma decliniamo
sempre l'invito facendo la nostra prima sosta a mt. 4.500. In lontananza
si sgorge il Lava Tower al di sotto del quale e' situato il passo da raggiungere.
Ben presto ci arriviamo e guardando il monolite vulcanico che lo sovrasta
mi accorgo del desiderio di poterlo salire. Chiedo ad Emanuel se cio'
e' fattibile e poiche' mi risponde in modo affermativo mi giro verso Marco
e gli chiedo cosa ne pensa. Nell'istante successivo mi rendo conto della
stupidita' della mia domanda perche' Marco sta praticamente gia' attaccando
la parete. Saliamo veloci per circa 150 mt su una parete non difficile
di II-III grado ma senza corda e a quota di 4.750. La vetta di questa
prima "piccola montagna" ci riempie di felicita' e ci fa capire ancora
una volta che e' l'accoppiata che fa paura!". Scendiamo dal passo e in
breve perdiamo quota fino al Barranco Hut. La vegetazione cambia nuovamente
e continuamente ; la visione di numerose felci giganti e fiori di ogni
colore rende piacevole e veloce il nostro viaggio. La sera qui scende
velocemente e gia' alle 19,30 ogni cosa e' avvolta nel buio ma questa
sera, particolarmente limpida, mentre gli altri gruppi sono chiusi nelle
loro tende io e Pepi ci ritroviamo ad osservare la magia di un cielo africano
stellato con contorno della maestosita' innevata del Kili. Molte sono
le stelle cadenti e ognuno di noi in silenzio e di nascosto dall'altro
esprime lo stesso desiderio: essere in vetta a quella montagna. Dal diario
di Pepi: " solita sveglia, solita radio, solito Marco che prenderebbe
a calci coloro che alle 6 di mattina non hanno nulla di meglio che ascoltare
a manetta pessima musica africana". Saliamo lungo una parete di II grado
per circa 300 mt e ci meravigliamo dell'abilita' dei portatori che , in
perfetto equilibrio sulle rocce, trasportano il loro pesante carico sulla
loro testa. Oggi sara' una tappa di continui e stancanti sali-scendi ma
per fortuna io e Pepi siamo in ottime condizioni senza alcun problema
di cefalea o di quota. L'ultima rampa e' di circa 600 mt e ci conduce
fino all'ultimo campo, il Barafu Hut di 4.600 mt. E' una rampa davvero
impegnativa che vede molte persone arrancare con difficolta' e a mio avviso
odiare dal profondo del loro cuore quella guida africana che balla il
rap insieme al mio amico Pepi a 4.400 mt di quota.Finalmente della buona
musica africana! Al nostro arrivo al campo, Emanuel mi chiede aiuto per
il povero Innocent, uno dei piu' giovani portatori. Mi dice che non respira'
piu' e si trascina letteralmente. E' un chiaro sintomo di MAM (mal acuto
di montagna) che colpisce improvvisamente e senza preavviso. Io e Pepi
lo stendimao a terra e inizio a somministrargli la terapia medica classica.
Sono pero' molto sorpreso dall'immobilita' di tutti i presenti nei confronti
di un loro simile che rischia la vita. Nessuno si muove , anzi ognuno
continua le proprie faccende. Gli dico che se non stara' meglio lo faro'scendere
e mi comunica piangendo che se cio' dovesse avvenire perderebbe per sempre
il proprio lavoro . Si tratta di una vita e se stesse male lo farei comunque
scendere! Dal diario di Pepi: " ...mentre Innocent rimane sdraiato chiamiamo
Emanuel e gli spieghiamo che se stara' ancora male tra 30 minuti e non
verra' portato immediatamente a valle saremo noi stessi a farlo, rinunciando
alla vetta. Gli facciamo capire in modo molto serio che per noi la montagna
rappresenta il modo di guardare dentro noi stessi e non potremmo mai piu'
salire nessuna vetta se non fossimo in grado di rinunciare per qualcosa
che riteniamo piu' importante, la vita umana." Dopo circa 1 ora si riprende
e una dei ricordi piu' belli che mi portero' appresso dopo questo viaggio
e' il volto di Innocent che ci ringrazia. I suoi occhi esprimevano tutta
la felicita' e la gratitudine nei nostri confronti. Presto scende la sera
e Emanuel ci comunica che le altre squadre partiranno alle 23 ma che lui
asseconda la nostra richiesta di salire per una via diretta e che pertanto
partiremo alle 01,00 cosi' riusciremo a vedere l'alba lassu' in cima.
Si e' perfettamente reso conto nei giorni precedenti che le nostre condizione
fisiche e mentali per la montagna non sono nemmeno lontanamente paragonabili
a quelle degli altri "personaggi" giunti fino a qui. E' un continuo dormi-veglia
e alle 23,30 io e Pepi siamo praticamente gia' pronti. Alle 00,55 partiamo
per la vetta. Mille sensazioni si affollano dentro di me. Mi chiedo se
posso davvero farcela e il ricordo della fatica fisica e mentale sull'Aconcagua
mi accompagna. D'altra parte sono in ottime condizioni, mi sono allenato
moltissimo e sono giunto al momento della verita'. L'amicizia con Pepi
, la sua determinazione e anche la sua sicurezza sono garanzie a cui mi
aggrappo. La montagna davanti a me e' pero' altissima e anche la via che
abbiamo scelto rende il traguardo piu' difficile. Saliremo per quella
che abitualmente viene usata come via di discesa, costeggiando il percorso
di tutti gli altri gruppi le cui pile frontali sono gia' molto in alto.
Dal diario di Pepi:" la salita e' durissima e man mano che ci avviciniamo
a quota 5.000 la mancanza di ossigeno si fa sentire sempre piu'. Sto abbastanza
bene e Marco dietro di me sale con un ritmo molto sostenuto ma il Kili
non mi perdona e a quota 5.300 mt chiede il suo prezzo: collasso totale!
Non sono mai salito cosi' in alto prima d'ora e non immaginavo per niente
quali sarebbero state le mie sensazioni su montagne cosi' alte. Ricordo
tutte le volte che ho letto o sentivo racconti da chi ha esperienza di
alta quota, ma provare personalmente l'effetto dell'alta quota e' un'esperienza
traumatica. Mi sento le gambe come pezzi di piombo e il motore completamente
bloccato. Marco e' un grande . Sicuramente non e' la prima volta che vede
una persona nelle mie condizioni e sono convinto che lui stesso ha gia'
provato tutte queste sensazioni. Si ferma e mi dice: ora ti metti dietro
a me e fai quello che ti dico. E come potrei fare altrimenti nelle codnizioni
in cui mi trovo. Marco mi incita continuamente ricordandomi tutti i sacrifici
che abbiamo fatto per arrivare fin qui e mi dice di contare i passi ,
di riposare ogni 20 secondi e di fermarmi dopo ogni 20 metri di salita.
In questo modo mi trascino per altri 200 metri quando all'improvviso ritrovo
quel pulsante nascosto dentro me che fa partire il motore. Credo che siano
questi i momenti della vita quando nella nostra ricerca interiore scopriamo
gli angoli piu' bui e lontani della nostra anima, quei posti dove scattano
meccanismi difficilmente spiegabili." Ormai tutte le frontali sono sulla
classica via sotto di noi e alle 5,30 arriviamo in cresta, a Stella Point
a quota 5.700 mt dove veniamo investiti da un vento con raffiche cosi'
forti da spingergi a terra. Ma in fondo all'orizzonte la luce fa capolino
! Mancano 150 metri alla cima e sappiamo che nulla e nessuno potra' piu'
toglierci il nostro sogno. Alle 6 arriviamo alla segnalazione che indica
l'arrivo sul tetto dell'Africa - Uhuru Peak 5.895 mt- e il sole sorge
dietro di noi illuminando i ghiacciai circostanti e l'enorme cratere del
Kili. Ci abbracciamo, la commozione e'grande e sentiamo che la nostra
amicizia ha ancora una volta superato tutte le difficolta'. Mentre vengo
avvolto dall'emozione del momento sento che un vento leggero mi prende
alle spalle. Mi allontano da Pepi e per la prima volta su una vetta mi
ritrovo a piangere a dirotto. Era cio' che chiedevo a chi non e' piu'
con me fisicamente, desideravo sentire in vetta la sua carezza ed in quel
momento preciso sentivo che mi stava abbracciando. Dal diario di Pepi:
" il cratere del Kili e' circondato dalle nuvole basse e la linea blu
che si vede sopra l'orizzonte e' l'oceano indiano. Restiamo stupefatti
dallo splendore di quell'istante e portero' per sempre dentro me quell'alba
sul tetto dell'Africa." Dopo le foto di rito decidiamo di scendere e sulla
strada del ritorno incontriamo i primi gruppi che stanno arrivando. Sono
persone che si trascinano letteralmente verso la vetta in condizioni fisiche
pietose. Dentro di me faccio mille considerazioni che raccontero' nei
dettagli al mio ritorno. Scendiamo dalla stessa via di salita ed in 2
ore siamo di nuovo al campo. Telefoniamo immediatamente a casa per condividere
questo fantastico momento con chi ci ama e scopriamo che nonna Wanda ha
pregato dalle 3 in poi continuamente. E' lo stesso momento in cui Pepi
e' uscito dalla crisi! Ora pero' bisogna smontare il campo e scendere
al campo basso di Mweka Hut a 3.000 mt. Siamo caricatissimi e in 2 ore
siamo all'ultimo campo dove guardandoci negli occhi prendiamo una folle
decisione: scendere direttamente a Mweka Gate e da li' in pulmino andare
a Moshi. E' l'accoppiata che fa paura! Cosi' nello stesso giorno facciamo
1.250 metri di salita fino alla vetta e 3.050 metri di discesa percorrendo
una distanza di circa 45 km! Ma il sogno realizzato,la doccia che ci attende,
il pasto e il comodo letto ci ripagano di tutta la fatica. Alle 11 partiamo
da Moshi nel ricordo del risultato ottenuto sul Kilimangiaro ma soprattutto
delle emozioni che ci ha regalato questa montagna. Il pulmino che ci riportera'
a Nairobi e' sempre lo stesso con cui siamo venuti fin qui, dotato di
20 posti compreso quelli centrali e privo di aria condizionata. Il tempo
in cui arriveremo alla capitale Keniana sale pero' a 10 ore nelle quali
la nostra mente e' oramai proiettata completamente alla settimana che
ci attende e alla successiva scalata del Monte Kenya. Tuttavia il viaggio
di ritorno si trasforma per me in un momento di serenita' assoluta; nelle
orecchie il mio MP3 trasmette "Concert in Central Park" di Simon e Garfunkel
e quella fantastica musica , colonna sonora per quelli della mia eta',
unita al caratteristico paesaggio africano sa regalarmi la pace che nel
mio mondo difficilmente ritrovo. Un viaggio difficile fisicamente ma che
ritempra lo spirito cosi' provato dagli avvenimenti degli ultimi anni.
Dal diario di Pepi: Ci fermiamo ad Arusha nel parcheggio di un grande
hotel per mangiare qualcosa. Notiamo con piacere che il ristorante ha
il buffet self-service, a prezzo fisso, e a questo punto Marco, come nel
giorno di salita al Kili, si gira verso di me e mi dice: "stammi dietro
e conta i passi…" Abbiamo fatto un bel danno e credo proprio che il mulo
brianzolo si trasformi in un cammello brianzolo perché ovunque ci fermiamo
riempie le gobbe dicendo: "non si sa mai…" Alle 20 giungiamo completamente
"lessati" all'appartamento del nostro amico Giovanni che essendo stato
chiamato urgentemente in Sudan per lavoro, ha lasciato le chiavi alla
guardia armata. Una bella doccia e' necessaria per affrontare anche psicologicamente
quello che ci sta attendendo e subito dopo esserci gustati una pasta italiana
ci addormentiamo come sassi. Alle 8 in punto Evans e' sotto casa nostra
con il proprio pulmino.Anche nel parco del Kenia non e' possibile camminare
o scalare senza guide e portatori locali. Per tale motivo abbiamo cercato
su internet una guida che potesse organizzarci i trasferimenti, che fosse
un punto di riferimento e che trovasse anche una guida d'alta quota che
ci permettesse di salire in autonomia, semplicemente accompagnandoci per
indicarci la via .Evans rappresentera' per tutto il viaggio esattamente
quello che ci saremmo aspettati da lui e dalle centinaia di e-mail che
ci siamo scambiati prima di arrivare in Africa: un amico, un'ottima guida
e una grande persona. Dopo aver caricato tutto il nostro materiale con
l'aggiunta di circa 30 Kg corrispondenti al peso del materiale d'arrampicata
che avevamo lasciato da Giovanni inizia l'avventura Keniota. Non ci sara'
risparmiato praticamente nulla! Viaggiamo per circa 200 Km fino alla cittadina
di Nanyuki. Qui veniamo letteralmente assaltati da un gruppo di persone
che vuole venderci qualsiasi cosa abbia un valore; abbiamo il sospetto
e a dire il vero anche la quasi certezza che basterebbe chiedere un kalashnikov
o a scelta la mamma o la fidanzata che quelli immediatamente ce li consegnerebbero.
Sarebbe solamente una questione di prezzo! Mi viene in mente come il dio
denaro anche qui come nel nostro mondo occidentale rappresenti cio' che
fa la differenza e che muove il cuore e lo spirito e un poco di tristezza
si fa strada nel mio cuore. Ma non e' tempo per le riflessioni. Subito
saliamo su un "meraviglioso" fuori strada , residuato della seconda guerra
mondiale, ormai privo di ammortizzatori e di una qualsiasi parvenza di
confort. Dopo due minuti si scatena un temporale tropicale di incredibile
portata. Dal cielo la pioggia viene buttata giu' a secchiate e lo sterrato
dove siamo finiti si e' ormai trasformato in un fiume marrone. L'autista
e' davvero molto bravo e grazie alle ridotte e non fermandosi mai per
non impantanarsi raggiunge dopo 9 Km l'ingresso del parco (il Sirimon
Gate) posto a 2.650 mt. Scendiamo e ci prepariamo per la prima salita
della giornata fino all'Old Moses Hut (3.400 mt). Facciamo conoscenza
con Kim la guida di alta quota che ci mostrera' il cammino sulla Nord.
E' un personaggio simpatico che parla un inglese di difficile comprensione
ma che mostra molta calma e almeno a parole molta competenza riguardo
la via che ci attende. La salita si svolge in un ambiente stupendo con
una foresta che a mio avviso e' ben piu' bella di quella gia' mirabile
del Kilimangiaro. Salire e' difficoltoso per via del terreno reso scivoloso
dalla pioggia ma possiamo godere della bellezza straordinaria dei luoghi
, della visione di antilopi e scimmie e soprattutto finalmente possiamo
ritrovarci in quella solitudine tipica della montagna che tanto ci e'
mancata nella prima avventura qui in terra africana. Tanto sulla via del
Kilimangiaro c'era confusione tanto qui c'e' silenzio e i pochi personaggi
che si incamminano su questo sentiero sono dei veri amanti della montagna,
il cui modo di interpretarla ben si addice al nostro animo Con passo veloce
(stiamo benissimo!) arriviamo alle 17,15 all'Old Moses , un rifugio che
non ha niente da invidiare ai nostri rifugi alpini se non un maggior grado
di poverta' nell'arredo che tuttavia ben si addice al luogo. Le poche
persone che giungono qui sono al limite del collasso e un signore sui
55 anni ha necessita' del mio intervento medico. Anche in quest'occasione
saranno i suoi occhi azzurri e felici della ritrovata salute il piu' bel
ringraziamento! Alle 19 cena fantastica facilitata anche dall'utilizzo
della cucina del campo da parte di Evans e dei suoi e alle 20 tutti a
nanna non prima di essere riuscito a sentire casa. La nostalgia per le
mie donne avvolge il mio cuore ma tra una settimana so che le riabbraccero'!
Per ora nulla mi deve distogliere da quelle pareti che la sera limpida
permette di vedere in lontananza. Dal diario di Pepi . "Il percorso è
fantastico, una foresta tropicale piena di animali e pochissima gente:
il nostro paradiso. Stiamo molto bene e l'acclimatamento ha fatto la sua
parte in quanto in meno di 2,5h, con tanto di riprese vide , riusciamo
ad arrivare a Old Moses Camp. Evans, insieme alla guida Kim, arrivano
dopo circa 40 minuti e vedendoci già cambiati mentre prendiamo il the,
ci chiede quanto ci abbiamo messo ad arrivare. Gli rispondo che siamo
saliti "pole, pole (piano, piano) ma lui ridendo dice qualcosa in suaili
del tipo: "pole, pole un tubo…" Sveglia alle 7 e dopo colazione siamo
pronti a partire per le 8. Veniamo circondati da alcuni inglesi e da due
tedeschi che parlando velocissimo ci mostrano la macchina fotografica.
Pensiamo vogliano una foto mentre desiderano solamente fare una foto a
noi due per tenersela. E' la prima volta che ci succede di essere trattati
da divi! Scenderanno a valle e ridendo ci dicono che nelle serate d'inverno
a casa ricorderanno quei due ragazzi vestiti di rosso con lo stemma dell'Italia
che stavano andando verso un sogno! Li abbracciamo e ancora una volta
sappiamo che la montagna ti regala momenti come questo, gente sconosciuta
pronta ad esserti amica e a soffrire per te. "Good Luck!" sono le ultime
parole che sentiamo da loro avviandoci verso lo Shipton's Camp (mt .4.200).
La tappa odierna prevede un continuo saliscendi con vista sulle spettacolari
pareti lontane di Batian e Nelion fino ad una ripida discesa dove tra
rocce e seneci entriamo nella spettacolare valle di MacKinder . Da li'
si inizia a salire e dopo 6 ore circa giungiamo al rifugio. Il tempo e'
pessimo e ormai non vediamo piu' nulla della parete che domani dovremo
salire. Anche le notizie sono sconfortanti. Mentre salivamo abbiamo incontrato
3 gruppi di forti scalatori tedeschi,belgi ed inglesi che si ritiravano
dopo 20 giorni di inutili tentativi alla Nord del Batian. Il risultato
migliore e' stato raggiunto dai belgi che si sono fermati a 4.800 metri
sotto la Firmin's Tower. Al rifugio troviamo Tim e Ekland con i quali
entriamo subito in sintonia. Sono 10 giorni che aspettano allo Shipton's
una giornata per attaccare. In tutto questo tempo hanno provato una sola
volta e sono stati respinti a 4.700 metri dal ghiaccio in parete che si
e' infiltrato in tutte le fessure dove arrampicare. Mentre prendiamo posto
nel rifugio ci accorgiamo che lo Shipton's non solo e' un rifugio alto
ma e' anche un allevamento di topi di montagna che passeggiano indisturbati
tra i tavoli e i letti. Decidiamo di dormire nei letti in alto ma la loro
presenza sara' un fastidio continuo per tutta la nostra permanenza. Un
poco delusi e soprattutto preoccupati ceniamo alle 18,30. Al termine della
cena usciamo e come per incanto appare di fronte a noi una magnifica stellata
e le pareti del Batian completamente libere dalle nubi. I due inglesi
dicono che portiamo fortuna e che forse saremo proprio noi a salire dove
tutti hanno fallito. Alle 19,30 andiamo a dormire sapendo che la giornata
di domani sara' decisiva. Dal diario di Pepi:" Con una roccia asciutta
ed a una quota più bassa la via sarebbe di una difficoltà media, ma in
queste condizioni di neve e a quota 5000 mt, il Monte Kenya può diventare
molto cattivo. Stasera siamo usciti con Marco a fare una passeggiata con
la luna piena sotto il cielo stellato. Il Batian ci guarda imponente e
noi in silenzio gli chiediamo il permesso di salirlo. Domani sarà una
giornata molto lunga e dura e noi, più che mai, avremmo bisogno delle
preghiere della nonna Wanda… " Su consiglio di Kim ci svegliamo alle 5
e alle 6 in punto siamo all'attacco della parete a 4.450 metri di quota
dopo un interminabile morena e roccette di I-II grado. Ieri sera ho insistito
parecchio con lui per partire alle 2 ma ho dovuto piegarmi alle sue riflessioni
e alla sua supposta competenza. Egli pensa che in questo periodo convenga
aspettare che il sole scaldi un poco la parete permettendo cosi' al ghiaccio
di sciogliersi. Adesso e' il momento e io e Pepi ci abbracciamo forte
, ci guardiamo negli occhi e sappiamo entrambi che l'allenamento estivo
sulle rocce lombarde e dolomitiche sara' duramente messo alla prova. Ma
stiamo benissimo e sappiamo anche che la nostra cordata non e' mai stata
cosi' forte come in questo momento. Alla base pero' molliamo i sacchi
a pelo e teniamo con noi solamente i piumini e i sacchi da bivacco per
qualsiasi evenienza di necessita'. Il peso degli zaini e del materiale
e' pero' di circa 13 kg e il dato ci preoccupa un poco essendo un peso
enorme per un'arrampicata cosi' impegnativa e lunga e sopra i 4.500 mt!
Kim sale invece solamente con uno zaino di 2 kg che contiene un maglione
e un panino! Dal diario di Pepi: "I primi tiri mi sembrano subito non
difficili ma molto faticosi forse per lo zaino piuttosto pesante e sicuramente
per l'altitudine. Stiamo arrampicando sul IV grado sopra i 4.500 mt, all'incirca
la quota del rifugio Margherita sul Monte Rosa. Il tempo è molto bello
per i primi 4-5 tiri ma presto cominciano a farsi notare le prime nuvole
minacciose." Dopo il primo tiro abbastanza impegnativo iniziamo a carburare
e in 3,30 h siamo all'anfiteatro. Kim si siede , si accende una sigaretta
e ci dice che in questo posto dobbiamo riposare per almeno 10 minuti.
Mi assale una strana sensazione. Sono le 9,30 e da Nord vedo arrivare
delle nubi che non mi piacciono per niente, ma Kim mi dice che sono trascurabili
e di non farci caso. Non voglio essere pesante ma sulle Alpi quelle sono
nubi che non promettono niente di buono! Davanti a noi a circa 100 metri
si staglia la sagoma della Firmin's Tower , un blocco verticale di circa
150 metri che rappresenta il passo chiave di tutta la salita. Dalla mia
visuale capisco perfettamente il perche' e mi chiedo anche dove sara'
la nostra via. Ma mi tranquillizzo sapendo che Kim conosce la strada.
Riprendiamo a salire e lasciamo che sia Kim a guidarci; tuttavia la sua
salita non e' coerente con le indicazioni che la roccia sembra dare. Sale
un poco a zig-zag non sapendo bene dove andare. Siamo messi bene , penso,
ma decido di starmene zitto. Ad un certo punto capisco chiaramente dove
sta la strada da percorrere e un poco contrariato (eufemismo!) dico a
Kim di prendere quella direzione. Lui segue le mie indicazioni ma probabilmente
sa gia' benissimo cosa ci aspetta la' dietro. Sono alla base della Firmin's
e la roccia e' completamente coperta di ghiaccio; Kim e' davanti a noi
circa 8 metri in sosta e guardandoci con un sorriso dice "Bad Luck!- go
down!". Guardo Pepi al mio fianco e gli dico che e' meglio che vada lui
a vedere cosa sta accadendo perche' da questa posizione non si vede un
bel niente. Pepi parte e raggiunge Kim. Dalla mia posizione vedo che si
parlano, che Pepi molla il suo zaino e inizia a salire nascondendosi alla
mia vista. Dal diario di Pepi: "Decidiamo di proseguire e arrivati alla
base del Firmin's Tower, il passaggio più duro di tutta la via, siamo
ormai prossimi ad una tormenta. Kim non se la sente di proseguire. A questo
punto mi rimane una sola cosa da fare; valuto la situazione cercando di
scegliere la via migliore per arrampicare tra gli enormi blocchi di ghiaccio
e dopo aver lasciato giù lo zaino per poter essere il più leggero e veloce
possibile parto in una scalata estrema." Le nubi che arrivavano dal Nord
e che secondo Kim sarebbero state innocue sono nel frattempo giunte sopra
di noi e iniziano a scaricare un sottile nevischio. Dalla mia posizione
non vedo nulla e dopo circa 30 minuti inizio ad essere seriamente preoccupato.
Il tempo e' mutato completamente. Da lontano si sentono tuoni e la neve
adesso scende copiosa . Dove sara' Pepi? Dal diario di Pepi: "Arrampico
tra blocchi di ghiaccio e a colpi di pugno cerco di farmi spazio nelle
fessure gelate. Speravo con tutto il cuore che il tempo potesse migliorare
cosi' che sarei riuscito a portato su la corda per velocizzare la salita
di Marco e di Kim, ma arrivato in sosta mi ritrovo nel mezzo della tempesta
che si scatena con tutta la sua forza, scaricando fulmini e tuoni sull'
intero Monte Kenya." Passano ancora 10 minuti e ormai i tuoni sono vicini,
la neve ha raggiunto le caviglie e non vedo il mio compagno. Kim e' nella
sua postazione ma non risponde mai alle mie chiamate. Prendo una decisione
difficile ma necessaria. Mollo la sicura e salgo libero gli 8 metri che
mi separano da Kim. Ho una fifa boia perche' sulla mia destra ho un baratro
di circa 1.000 metri e il cammino e' stato reso pericolosissimo dalla
neve caduta. Con un'attenzione mai avuta prima raggiungo finalmente il
cordino di sosta che mi appare come la salvezza. Mi assicuro e chiedo
a Kim dove sia Pepi. Lui mi guarda e finalmente dopo circa 40 minuti in
cui speravo in una parola mi comunica : Go down! Go down! We died here!!!!"
I don't want died! " Vedo che non sta facendo sicura a Pepi e urlandogli
qualcosa di poco edificante in brianzolo stretto, gli prendo dalle mani
il reverso. In questo momento a 4.960 metri di quota potrei anche picchiarlo
(e ne avrei molta voglia) ma non servirebbe a nulla. Guardo davanti a
me e vedo finalmente dove e' andato a cacciarsi Pepi; una parete liscia
di V grado superiore che nelle condizioni attuali aumenta il suo grado
di almeno due punti! La parete e' verticale e tutta ghiacciata. Il vento
si impadronisce della situazione, mentre un fulmine passa non lontano
da noi. Mi aspetto da un momento all'altro che Kim da nero diventi bianco
cadaverico, ma credo che la sua colorazione sia comunque virata in tal
senso. Adesso non parla piu' in inglese ma si lamenta continuamente e
rompe le scatole in dialetto keniota. Da parte mia urlo solamente al vento
"Pepi,Pepi! " piu' forte che posso. Ma non sento alcuna risposta. Anche
la nostra radio e' diventata inservibile per via del freddo che ha bloccato
le batterie. Prendo Kim per la giacca a vento, lo guardo malissimo, gli
metto in mano il reverso e decido di attaccare anch'io la parete per cercare
il mio amico. Nulla mi farebbe muovere da li' senza di lui. Dal diario
di Pepi: "La situazione è critica e devo mantenere il controllo sulle
mie azioni. E' la classica circostanza nella quale, a meno di 200 mt dalla
cima devi prendere una decisione veloce e senza avere alcun dubbio. Credo
siano proprio questi i momenti nei quali il calore di coloro che ci amano
e ci attendono a casa ci aiutano a non oltrepassare quel varco verso la
follia. Il mio primo pensiero è quello di ripararmi dai fulmini e raccolgo
tutto il materiale nascondendolo sotto la giacca e accucciandomi in mezzo
a due blocchi di roccia. Aspetto cosi' alcuni minuti interminabili nei
quali la frequenza dei fulmini cala notevolmente e quindi decido di scendere.
Comincio ad urlare il nome di Marco ma il vento porta lontano la mia voce.
Sono preoccupato per lui perché conoscendolo sono certo che sta facendo
qualche pazzia per venire a cercarmi. Devo scendere al più presto, prima
che lui cominci a salire, ma poiche' non so esattamente cosa stia succedendo
la' sotto, decido di calarmi in corda doppia in totale autonomia. Mentre
mi allontano dalla sosta guardo con amarezza verso quella che avrebbe
dovuto essere la nostra cima…" Mentre appoggio il piede destro sulla parete
ecco comparire dall'alto il mio "fratello" romeno. Si sta calando a corda
doppia dall'alto, perche' grazie alla sua esperienza ha gia' capito che
Kim non stava facendo sicura a nessuno! Appena arriva in sosta prende
in mano la situazione ; non abbiamo bisogno di parole; lo abbraccio e
guardo il suo zaino appoggiato ai piedi della sosta ormai ricoperto dalla
neve e iniziamo le manovre di discesa. Oggi non e' giornata per la vetta
del Batian, oggi e' solamente giornata per conquistare la nostra vita!
Scendiamo velocissimi inseguiti da tuoni e fulmini e portandoci dietro
il povero e spaventatissimo Kim. Mentre scendiamo capiamo pero' che tutti
i nostri portatori hanno lasciato ormai lo Shipton's per dirigersi dall'altra
parte della montagna ed aspettarci all'Austrian Hut . Cosi' bagnati abbiamo
la necessita' assoluta di ritrovarli e quindi decidiamo che una volta
all'attacco partiremo in notturna e praticamente in invernale per la Nord
della Lenana da dove potremo raggiungere la loro postazione. E' una scelta
completamente pazza ma purtroppo e' l'unica che ci resta. Arriviamo alla
base senza nemmeno un pelo asciutto e mentre ci sediamo consapevoli di
essere vivi e che ci aspetta una fatica terribile e altrettanto pericolosa
vediamo arrivare Evans con due portatori. Mentre si stava recando attraverso
il Simba Col all'Austrian Hut per aspettarci e' stato raggiunto dalla
tempesta e ha scorto tre uomini calarsi. Ha fatto retromarcia ed ora e'
li' ad assisterci. Lo abbracciamo forte sapendo che e' stata la nostra
salvezza. Al rifugio i due inglesi ci abbracciano consapevoli di quanto
abbiamo rischiato! Dal diario di Pepi: "Mentre scendiamo tutti bagnati
Marco ha un'idea folle. Vuole andare giù velocissimo e attaccare immediatamente
la parete Nord della Punta Lenana. A parte la fatica che richiederebbe
(ma lui e' un mulo brianzolo!) teoricamente e' un'idea fattibile anche
perche' i nostri portatori dovrebbero essere dall'altra parte della montagna
Arriviamo alla base della parete bagnati marci e dopo un lungo abbraccio
tra noi notiamo con stupore che Evans ci sta aspettando insieme a due
portatori. Lo dico sottovoce: sono molto sollevato di non dover attaccare
una parete Nord nelle condizioni in cui ci troviamo, bagnati fino alle
mutande, stanchi morti e senza aver mangiato." Sveglia tranquilla alle
7,30 dopo una notte movimentata per via dell'agitazione provata nella
giornata precedente. Alle 9 partiremo per la Nord della Lenana (mt 4.985)
che si presenta completamente imbiancata. Il nostro progetto iniziale
prevedeva la salita dalla facile Sud con partenza dall'Austrian Hut ma
a questo punto non ci e' sufficiente. Vogliamo fare la via piu' difficile.
Faremo la nord dalla cresta anche se oggi dallo Shipton's nessuno parte
per la Nord Ovest molto piu' semplice della cresta sulla Nord) che da
questo versante dopo circa 3/4 ore conduce in vetta.Dicono tutti che le
condizioni sono brutte e che il sole picchia solo sul Batian e non sulla
Lenana. Come il sole? Quale sole? Pepi si precipita fuori e Dal diario
di Pepi: "Esco fuori mi guardo intorno e non credo ai miei occhi; un sole
splendente, un cielo blu e non una nuvola all'orizzonte. All'improvviso
il motivo per cui ero lì mi torna alla mente: ritentare la salita al Batian.
Marco nel frattempo si e' svegliato e vedendomi agitato, intuisce subito
qualcosa. Gli spiego la situazione e le eventuali alternative ma la sua
risposta è come sempre scontata: "facciamolo, andiamo su …" Ci vogliono
pochi minuti per riorganizzare il tutto e la flessibilità di Evans, che
capisce molto bene il nostro desiderio di ritentare, ci aiuta molto."
Siamo ancora in ballo, guarderemo ancora il Batian e gli chiederemo il
permesso di salirlo. Il nostro progetto e' chiaro. Stavolta saliremo leggerissimi,
con un peso di 3-4 Kg con solamente i guanti di riserva ed il piumino
nello zaino confidando nell'ora tarda e nel sole che sta scaldando la
parete del Batian. Dovremo essere velocissimi, rinunciare all'impossibile
traversata verso il Nelion (troppa neve!) e scendere la sera di nuovo
allo Shipton's! Alle 8,40 partiamo dal rifugio mentre gli inglesi e il
popolo dei trekker urla i loro incitamenti . Alle 9,40 attacchiamo la
parete portandoci ancora dietro il povero Kim perche' dopo la Firmin's
dovra' indicarci la via da seguire. Il cielo e' di un blu intenso e il
sole scalda cosi' tanto che anche il nostro abbigliamento e' piu' leggero
rispetto al giorno precedente. In me si affollano mille pensieri. Sono
il piu' vecchio e riusciro' a salire di nuovo cosi' velocemente per la
seconda volta in due giorni e domani attaccare la Nord della Lenana? Come
sara' la parete? Tuttavia so anche che dobbiamo fare questo nuovo tentativo
per noi stessi. Vogliamo mollare solamente dopo aver dato tutto e essere
in pace con noi stessi. Nelle lunghe sere d'inverno, in Italia, non dovranno
esserci se e ma , ma solamente certezze. Alle 11,40 siamo all'anfiteatro
e Kim fatica a stare al nostro passo. Ansima e si trascina ma almeno non
molla e non si lamenta. Tuttavia ora il cielo e' ancora una volta pieno
di nubi. Non ci sono tuoni ma qualche piccolo fiocco di neve inizia a
fare la propria comparsa. Alle 12,55 siamo al punto che ieri ci ha dato
tanti problemi. Pepi sale veloce seguito da Kim . Mentre faccio sosta
penso a ieri e all'angoscia che mi ha preso nel non sentire la voce di
Pepi e anche alla bellezza della nostra amicizia. Presto pero' la corda
prende a tendersi. E' il mio momento! Attacco veloce ma subito mi rendo
conto che ogni appoggio e ogni appiglio e' completamente ghiacciato. Le
mani sono divenute blu dal freddo e mi chiedo come abbia potuto quel diavolo
di romeno salire questa parete nella precedente giornata! Credo di essere
velocissimo nonostante la fatica e il dolore alle mani. Alle 13,30 sono
in vetta alla Firmin's Tower! Mancano solamente 180 metri alla vetta!
Dal diario di Pepi: "Sono di nuova in cima alla Firmin's Tower, sopra
i 5.000 mt e ancora una volta il tempo ci rende la vita difficile. A differenza
di ieri manca la tempesta ma in compenso si è messo a nevicare. Recupero
Marco e rimango molto sorpreso nel vederlo giungere di lì a pochi minuti
dopo una scalata cosi' faticosa. Oggi siamo stati velocissimi, grazie
anche alla decisione di salire leggeri. Ma le cose non si mettono per
niente bene. Nel breve attimo in cui riusciamo a vedere la parete davanti
a noi notiamo che è diventata una lastra di ghiaccio e quindi tentare
di salirla equivarrebbe ad un suicidio. E' sempre difficile prendere decisioni
a meno di 200 mt dalla cima ma questo ostacolo ci lascia poche scelte,
anzi una sola; scendere e rispettare la nostra vita e quella di chi ci
sta a fianco. Ci guardiamo con Marco negli occhi e con un sorriso che
esprime tutto quello su cui è costruita la nostra amicizia decidiamo insieme:
"ok, si torna a casa… qui abbiamo dato il massimo" Mentre iniziamo a scendere,
un poco delusi ma sicuri della nostra decisione cogliamo uno strano sorriso
nel viso di Kim che ha continuato per tutta la salita a guardare l'orologio.
Capiremo poi il motivo della sua felicita'! Scendiamo veloci mentre il
tempo sta ancora cambiando e la neve aumenta d'intensita'. Alle 19 siamo
al rifugio , infreddoliti, stanchi e un poco tristi ma consapevoli di
aver dato il massimo e per tale motivo in pace con noi stessi e con la
montagna. Mentre stiamo mangiando notiamo pero' che Kim viene complimentato
da tutte le guide locali e che tutti gli ospiti del rifugio si avvicinano
complimentandosi con noi. Il custode ci porta il libro di vetta da firmare.
Subito diciamo chiaramente che non firmeremo nulla stasera perche' la
nostra cima sara' quella di domani e dalla via di cresta , quella piu'
difficile. Ma subito capiamo che il custode ha gia' preparato la pagina
che dobbiamo firmare: la nostra firma viene posta sotto la scritta che
reca il nuovo record di velocita' della Firmin's Tower con i nostri nomi
e quello di Kim. A dire il vero il resoconto del rifugiata parla di un
record di 4 ore mentre ne abbiamo impiegate 3,50 h ! . Kim stasera e'
felice come una pasqua e potra' cosi' vendersi come la guida piu' veloce
nel tratto piu' impegnativo della nord.Viene da noi e ci chiede di mostrare
il filmato della salita. Cosi' , in un rifugio africano a 4.200 mt, tutti
stanno dietro di noi ad osservare uno schermo di 2,5 pollici e si complimentano
continuamente uscendo ogni 2 minuti con degli ohh di ammirazione ai passaggi
piu' difficili. Siamo molto contenti. Sappiamo che la via e' impraticabile
, che siamo quelli che sono arrivati piu' in alto negli ultimi 40 giorni
, ora sappiamo pure che abbiamo lasciato il segno del nostro passaggio
e cosa piu' importante ancora una volta la nostra cordata e' giunta alla
base senza un graffio.Inoltre mai, in nessun momento, c'e' stata discordanza
tra noi riguardo alle scelte fatte o da fare. Capiamo che quello che ci
aspettavamo uno dall'altro e' avvenuto nel momento delle difficolta'.
Troppo spesso nella vita di ogni giorno le persone ti appaiono in un certo
modo ed invece conoscendole a fondo sono lontane da cio' che promettono.
Questo non lo avrei accettato!. Posso perdere tutte le vette del mondo,
posso non giungere dove ho preventivato ma non reggerei alla delusione
di aver sbagliato giudizio su un amico fraterno.Il tempo meteorologico
ha fermato la nostra salita ma non ha intaccato la nostra amicizia. Dal
diario di Pepi: "Siamo molto stanchi e un po' rammaricati perché il tempo
non ci ha dato una mano, anzi ci ha messi a dura prova. In condizioni
normali sicuramente avremmo battuto il record di velocità per la salita
sul Batian. Ma non abbiamo ancora rinunciato ad una della vette del Kenya.
Domani ci aspetta un'altra giornata pesantissima. La salita sulla cima
Lenana dalla parete Nord e discesa fino al Naro Moru Gate (un percorso
di circa 40 km). Comunque la cordata Vataman-Zappa ha lasciato anche qui
il segno del proprio passaggio confezionando un record di velocita' che
non era nei nostri pensieri ma che ci riempie di orgoglio…" 19-9-2005
Alle 2 di notte il rifugio e' tutto sveglio ed in movimento, tutti tranne
Pepi che dorme beato e tranquillo.Lo invidio molto perche' non sono riuscito
a chiudere occhio per tutta la nottata che ho trascorso osservando i topolini
viaggiare velocissimi per il rifugio. I 2 inglesi si stanno preparando
per tentare la Nord del Batian mentre 2 gruppi di 5 persone ciascuno partira'
alle 3 per la Nord Ovest della Lenana (salita impegnativa, lunga ed attualmente
innevata). Per permetterci un po' di riposo il nostro programma prevede
la partenza alle 4 con salita alla stessa vetta attraverso la difficile
parete Nord per la cresta terminale completamente ghiacciata. Io pero'
sono sveglio e quindi decido di alzarmi per preparare gli zaini per i
portatori che andranno al Simba Coll e per salutare il gruppo che si dirige
compatto verso la NW. Penso tra me che per loro sara' una giornata terribile
ma magica e che, se riusciranno nel loro obiettivo, coglieranno il sogno
della vita. "Good Luck!" e' il mio saluto mentre tutti mi dicono che ci
aspetteranno in vetta per abbracciarci e complimentarci con noi . Mi tocco
per scaramanzia ma mi viene in mente quel libro appena letto sull'Eiger
dove le guide svizzere salivano con lo champagne dalla Ovest per complimentarsi
con i salitori della difficile Nord. Il paragone e' certo azzardato ma
in questo momento mi sento sognatore e spero proprio di trovare questo
gruppo di brave persone amanti della montagna che possa festeggiare la
vetta insieme a noi. Significherebbe che entrambi abbiamo raggiunto i
nostri sogni. Alle 4 io , Pepi ed Evans (Kim ha alzato bandiera bianca!)
partiamo per la Nord. Il primo tratto e' in comune con la NW e andiamo
velocissimi. L'allenamento di questi giorni mi ha reso fortissimo e mentre
salgo posso guardare sulla mia destra le frontali dei nostri amici inglesi
(sapremo poi che sono arrivati all'anfiteatro e da li' ridiscesi) e piu'
in alto di fronte a noi la fila delle 10 frontali di chi e' partito 1h
prima di noi. Giungiamo alla cresta della Lenana, innevata e ventosa.
La quota dovrebbe farsi sentire (4.700 mt) ma invece nessuno di noi rallenta
o si ferma. L'ultimo tratto presenta delle roccette di III grado ghiacciate
ma alle 6,10 siamo per primi in vetta dove ci abbracciamo felici mentre
l'alba fa capolino laggiu' in fondo. Facciamo le foto di vetta, mi allontano
e mi dirigo in un angolo per ascoltare le voci che giungono al mio cuore
e per sentire il vento, ancora un volta, accarezzarmi dentro. Le nubi
coprono la valle ed il freddo e' pungente ma qui,dove il sogno e' raggiunto,
il calore delle emozioni e' sufficiente a scaldarmi completamente. Dal
diario di Pepi: "Ci abbracciamo per questa cima, per quello che abbiamo
dato in parete e su queste montagne, per il nostro sforzo, la nostra fatica,
per la nostra amicizia e per tutti quelli che ci amano e ci aspettano
a casa. Il sole sorge laggiu' , sotto i nostri occhi rendendo questo momento
magico e indimenticabile. Siamo sulla terza vetta del Kenya e la nostra
avventura nel mondo verticale africano finirà qui. Ma non quello che ci
unisce. Abbiamo passato insieme momenti molto difficili e abbiamo superato
situazioni al limite dell' estremo ma non c'è mai stato un solo istante
in cui non fossimo perfettamente in accordo sulle decisioni da prendere.
La sintonia dei nostri pensieri, il rispetto reciproco, la pazzia che
condividiamo, fanno della nostra amicizia qualcosa di cui mi sento onorato
e privilegiato. " Desidero aspettare il gruppo partito dallo Shipton's.
E' un mio personale desiderio. Alle 7 arriva il primo di loro e debbo
scendere per aiutarlo a salire l'ultimo tratto in arrampicata. Restero'
li' per permettere a tutti loro di raggiungere la vetta. Quando risalgo
sono loro a sorprendermi. Dopo il riposo vogliono la foto con noi due
e non smettono di complimentarsi con noi, stupiti di come si possa averli
preceduti pur avendo preso una via piu' difficile . E' ora di scendere.
Penso che abbiamo raggiunto la vetta del Kilimangiaro, siamo in vetta
ad una cima del Kenia salendo la Nord , abbiamo arrampicato 2.400 mt in
parete per 3 giorni consecutivi sopra i 4.200 mt, abbiamo raggiunto il
record di velocita' di salita della Firmin's Tower , ma soprattutto penso
che la nostra amicizia e' rimasta intatta e si e' anche rinforzata. So
che rimpiangero' presto questo momento , la pace che sento dentro me e
l'amicizia che mi lega con il grande Pepi. Ma ora e' davvero il momento
di scendere anche perche' la strada che ci aspetta e' davvero molto lunga.
Arriviamo al MacKinder Hut in circa 1,30 h e da li' attraversando la valle
Teleki ci dirigiamo fino alla Met station (3.050 mt) dove inizia il sentiero
sterrato di collegamento che in 2 ore ci porta al Naro Moru Gate. Anche
in questa ultima tappa ci siamo sorbiti circa 45 Km con buona pace dei
nostri piedi e dell'enorme fatica che sentiamo addosso. Presto, a casa,
ripensero' con calma ai momenti trascorsi , alle fatiche compiute, ai
momenti lieti e a quelli angosciosi. Vedro' di scrivere qualcosa che riassuma
tutte le sensazioni che adesso si affollano dentro me. Al momento sento
la necessita' di ringraziare Pepi che mi e' stato amico, compagno di corda,
"fratello" nel cuore , che ha condiviso un sogno e che ha camminato accanto
a me per poterlo realizzare. Abbiamo insieme compiuto piu' di 1.500 km.
di trasferimento su strade sterrate e su veicoli approssimativi, percorso
piu' di 200 km a piedi e arrampicato le piu' difficili pareti africane.
Soprattutto pero' il nostro cuore si e' nutrito del calore e della bellezza
dell'amicizia e abbiamo guardato sempre davanti a noi alla ricerca di
noi stessi. ..."
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Petro "Pepi" Vataman e Marco Zappa
Marco in Arrampicata al Firmin's Tower Monte Kenya
Pepi in Arrampicata al Firmin's Tower Monte Kenya
Cima Lenana
Marco e Pepi sul Kilimagiaro |